Buon 2009!

futuroUn anno duro e difficile volge al termine. Le discriminazioni, le violenze, i non riconoscimenti da parte di chi di dovere sono stati numerosissimi. L’anno che sta per venire sarà un anno di lotta, per difendere con le unghie e i denti il diritto stesso a un’esistenza dignitosa.

Per questo motivo lascio l’augurio di Brecht “che i vinti di oggi” sappiano trovare la forza per diventare “i vincitori di domani” e che nuove illusioni non prendano il posto delle vecchie.

L’ingiustizia oggi cammina con passo sicuro.

Gli oppressori si fondano su diecimila anni.

La violenza garantisce: Com’è, così resterà.

Nessuna voce risuona tranne la voce di chi comanda

e sui mercati lo sfruttamento dice alto: solo ora io comincio.

Ma fra gli oppressi molti dicono ora:

quel che vogliamo, non verrà mai.

Chi ancora è vivo non dica: mai!

Quel che è sicuro non è sicuro.

Com’è, così non resterà.

Quando chi comanda avrà parlato,

parleranno i comandati.

Chi osa dire: mai?

A chi si deve, se dura l’oppressione? A noi.

A chi si deve, se sarà spezzata? Sempre a noi.

Chi viene abbattuto, si alzi!

Chi è perduto, combatta!

Chi ha conosciuto la sua condizione, come lo si potrà fermare?

Perché i vinti di oggi sono i vincitori di domani

e il mai diventa: oggi!

sogno


Prostituzione: stigma o diritto?

La settimana appena conclusa è stata piena di appuntamenti importanti e tesi ad aprire un dibattito sulla prostituzione in conseguenza del disegno di legge Carfagna.

Giorno 7 Ottobre si è svolto a Bologna un incontro tenuto dall’Associazionie SexyShock, col contributo giuridico di Barbara Spinelli, quello di competenza per i vari progetti di Porpora Marcasciano e quello di Sandro Bellassai. Durante il dibattimento sono emerse le varie, o meglio le vere, motivazioni socio-politiche che fanno della prostituzione un elemento di controllo sociale, ciò che è bene e ciò che è male, imponendo il dominio dell’ipocrisia e del lucro.

Girovagando ho poi scoperto che è disponibile da circa un anno “Ni Coupables Ni victimes“, un videobox realizzato alla “Conferenza europea su sex work, diritti umani, lavoro e migrazione” organizzata da ICRSE – International Committee on the Rights of Sex Workers in Europe – a Bruxelles il 15-17 ottobre 2005. Si tratta di una conversazione a più voci che raccoglie le parole di alcune delle protagoniste e dei protagonisti di queste giornate e che restituisce le complessità e le sfumature del mercato del sesso: le sfide e le sfighe di essere sex worker in europa oggi, le politiche di repressione e le strategie di resistenza che ognuna-o mette in atto per continuare a fare il proprio lavoro, i propri desideri e progetti per il futuro. Il video è stato realizzato da Sexyshock in collaborazione con ICRSE, ed è possibile scaricarlo da ngvision o comprarlo a 10 euro da Betty&Books.

Giorno 8 Ottobre, poi, si è svolta a Napoli la manifestazione di protesta voluta da MIT Napoli, ATN e Arcigay Napoli nei confronti del pacchetto sicurezza voluto dal Comune di Napoli.

Le persone transessuali rimangono sicuramente le più colpite da questo provvedimento poiché spesso per loro la prostituzione rimane l’unica alternativa in un paese in cui le discriminazioni nei loro confronti sono elevatissime al pari di una totale assenza di politiche del lavoro concrete.

Ciò che viene chiesto dalle associazioni è formazione e lavoro per smettere di “fare la vita”, poiché si innesca una sorta di circolo vizioso nel quale la società, attraverso lo stigma, spinge le persone  transessuali alla prostituzione, la quale poi viene dalla stessa società identificata come il lavoro unico e possibile per loro, identificando così la persona transessuale con la prostituzione, con l’oggetto sessuale, con la trasgressione, e molto spesso come una merce meritevole solo di violenza.

Quindi, se da un lato a Bologna si cercava di far emergere la voce di quante/i lavorano nell’industria
del sesso, cercando di ridefinire il dibattito sul “traffico di donne” in termini di diritti al lavoro, abbattendo le banalizzazioni e le criminalizzazioni, d’ altra parte a Napoli le organizzazioni sociali chiedevano una tavola rotonda con gli amministratori per realizzare un piano sociale di interventi più equo e più concreto, attraverso la formulazione di politiche del lavoro alternative a quelle della prostituzione, e quindi accessibili anche alle persone transessuali.

“Sapete chi era Aspasia, signore?… Quantunque ella vivesse in un’epoca in cui le donne non avevano ancora un’anima, era un’anima; un’anima color rosa e porpora, più ardente del fuoco, più fresca dell’aurora. Aspasia era creatura in cui i due estremi della donna s’univano; era la prostituta dea. Socrate più Manon Lescaut. “

V. Hugo

E Rotondi ci salverà dai Vescovi!

“Sui diritti non possiamo trattare coi prelati come fossero tassinari”. E’ quanto dichiarato dal Ministro Gianfranco Rotondi, nel tentativo di spiegare la  proposta di legge che non vuole rappresentare un matrimonio di serie B, ma vuole colmare un vuoto.

“La famiglia è la famiglia. Per carità. Unica e costituzionalmente tutelata: non si tocca. Ma il resto è vita. Il resto esiste e sono le coppie conviventi, omosessuali o no”.

I DiDoRé, diritti e doveri di reciprocità, proposta di legge costituita da otto articoli, verrà oggi depositata alla Camera (protocollo Ac 1756), ma i firmatari non saranno Rotondi e Brunetta, che come Ministri fanno un passo indietro poiché il tema non fa parte del programma di Governo, lasciando il privilegio della firma a Franco De Luca e Lucio Barani.

I titolari dei diritti della proposta di legge sono persone maggiorenni, conviventi da almeno tre anni non legati da vincoli di parentela né da precedenti matrimoni. Tra questi conviventi c’è il diritto di assistenza nel caso di malattie o ricovero presso strutture ospedaliere; il quarto articolo prevede il diritto di decisioni di questioni etiche, come per le malattie fortemente invalidanti, o la donazione degli organi, ma anche sulle modalità delle esequie. L’articolo 5 e l’articolo 6 regolano l’abitazione della convivenza. Se muore il convivente proprietario della casa, l’altro ha il diritto di rimanerci in quella casa. Perlomeno ne ha diritto fino ad una nuova convivenza o un eventuale matrimonio. L’altro articolo prevede invece il subentro del contratto di affitto fra i due conviventi. Sono previsti anche gli alimenti nel caso di separazione per il convivente più debole, ossia per colui che non ha mezzi propri di sostentamento.

Insomma, Brunetta e Rotondi, dopo aver ascoltato conviventi, omosessuali e non, e Vescovi, dopo aver subito gli attacchi di Famiglia Cristiana e de L’Avvenire, sono andati avanti proponendo dei patti che hanno valore nell’ambito del diritto privato.

La nostra proposta non tocca la Costituzione che parla di famiglia fondata sul matrimonio ma si allarga a considerare le coppie conviventi soggetti di diritto. Io come legislatore non posso non tenere conto di questa realtà. Ma dico, a un cattolico praticante che fastidio può dare se tra due conviventi gay che abitano sotto casa sua se uno dei due subentra nel contratto d’affitto in caso di decesso del compagno?

E’ sicuramente un passo “politico” importante, ma non so quanto di giuridicamente nuovo arrivi da questa proposta.

Dico questo perché comunque in Italia è già possibile regolamentare quasi tutte le problematiche aventi risvolto giuridico relative ad un rapporto di fatto pattiziamente tra le parti attraverso scritture private denominate “contratti di convivenza“. I conviventi, etero ed omosessuali, possono acquistare beni immobili o mobili in situazione di comproprietà, eventualmente anche concordando sui beni stessi l’attribuzione di quote di proprietà differenti. Per quanto concerne i diritti successori, i soggetti hanno la piena libertà di nominare erede l’altro coniuge mediante la redazione di un testamento all’interno del quale venga disposto che una quota di eredità (o anche tutta), sia destinata al convivente superstite. Tali dovranno essere oggetto di uno specifico testamento redatto nelle forme prescritte dal codice civile; altrimenti si incorrerebbe nel divieto di patti successori, determinando la nullità della clausola. Le parti possono inoltre statuire sulle modalità di esercizio dei diritti sui beni acquistati in comune e sulla sorte di tali beni al momento del venir meno della convivenza. E’ sufficiente inserire tali disposizioni all’interno del contratto di convivenza, il quale come tutti i contratti ha forza di legge tra le parti. E’ assai frequente che i conviventi indichino nel contratto anche la misura della partecipazione di ciascuno alle spese ordinarie e straordinarie, in base alla proprie capacità di reddito e sostanze e che venga anche valutato ai fini della distribuzione degli “sforzi” familiari l’apporto di lavoro domestico prestato dal coniuge non lavoratore. L’aspetto che più di frequente spinge le parti a decidere di stipulare un contratto di convivenza è la regolamentazione dei rapporti patrimoniali in previsione di una futura ed ipotetica rottura del rapporto. Queste disposizioni sono spesso orientate nell’assicurare al convivente più debole una forma di assistenza anche successivamente al venir meno della convivenza. Anche in assenza di una regolamentazione organica della materia quindi la convivenza tra due soggetti può essere oggetto di specifico accordo tra le parti, mediante la stipula di un contratto di convivenza, che in quanto non contenente clausole contra legem, è pienamente valido ed ha efficacia di legge tra le parti. Il problema del riconoscimento delle cosiddette coppie di fatto è pertanto più teorico che pratico o meglio più politico / sociale che giuridico.

Tra gli otto punti dei Didoré ne manca uno importante, riservato alle coppie sposate: la pensione di reversibilità che spetta al coniuge supersite o anche al coniuge separato che al momento del decesso dell’altro beneficiava dell’assegno divorzile. Tale diritto può però essere sottoscrivibile con un contratto di convivenza tra soggetti non uniti in matrimonio prevedendo la stipula di un’assicurazione la quale garantisca che in caso di morte di uno dei soggetti sia riservata all’altro una somma di denaro una tantum o sotto forma di vitalizio. Ma perchè non è stato inserito questo punto nei DiDoRé?

In definitiva, se col matrimonio si diventa titolari di alcuni diritti per il solo fatto di essere sposati e tali diritti spesso permangono in capo ai soggetti anche successivamente allo scioglimento del vincolo, lo stesso risultato è ottenibile mediante un semplice accordo di convivenza tra due soggetti non sposati. Ciò che cambia è la forma del consenso: nel caso di matrimonio prestato dinnanzi ad un ministro di culto o ad un ufficiale dello stato civile; nel caso di accordo di convivenza prestato dinnanzi ad un notaio a semplicemente sottoscritto tra le parti.

Sicuramente il merito di questa proposta consite nel fatto che in qualche modo si sia cercato un affrancamento dalle “pressioni” religiose o “morali”, e si manifesti in qualche modo il riconoscimento delle coppie omosessuali in quanto coppie, e quindi con tutta una gamma di diritti e doveri alla pari di qualunque altra coppia etero.

Ma la strada da fare è ancora lunga…

Normalmente diversa!

Ho seguito attentamente tutta la polemica sorta in seguito alla lettera di Imma Battaglia e alle sue dichiarazioni sul “non siamo diversi”, e “lo Stato ci protegge ma comunque noi organizziamoci per la nostra sicurezza”. Il tram tram mediatico è stato notevole, e sinceramente non voglio sondare se si tratti di posizioni politiche, trasversali o no che siano. Leggo, poi, oggi, delle dichiarazioni di Brunetta e della proposta di legge sulle unioni di fatto Rotondi – Brunetta, “DiDoRé”, nome secondo me escogitato dopo una lunga notte di bevute e stornelli!

Le domande che mi sono posta in questi giorni sono parecchie, dal “ma io sono diversa? Come mi vedono gli altri?”, fino alle più scontate “ma quante discriminazioni ci sono ogni giorno?” perché se non ce ne fossero la diatriba avrebbe lasciato il tempo che trova, e non si lotterebbe ogni giorno per il riconoscimento di diritti che sono alla base di una società moderna.

Il vero nocciolo della questione, comunque, per me era tutto basato sulla percezione di “diversità”.
Penso che la diversità non sia un modo di essere ma di sentirsi.
Io mi sento diversa, io sono diversa dagli altri come gli altri lo sono da me, per tutta una serie di connotazioni caratteriali, di interessi, di capacità, oltre che per l’ orientamento sessuale.

Tuttavia, credo che se si vedesse la diversità come sfida per ogni identità, percependo la differenza non come un limite, ma come una risorsa ed un diritto, l’incontro con l’altro potrebbe essere in certi casi anche scontro, ma non sarebbe mai discriminazione. L’educazione diventerebbe allora scoperta e affermazione della propria identità e, contemporaneamente, valorizzazione delle differenze.

Mi sento diversa perché credo in modelli di vita alternativi, che tuttavia non mi allontano da valori importanti, o dalle leggi ufficiali. Ma se sono diversa sono anche “anormale”?
La distinzione tra normalità e anormalità non è un valore assoluto o eterno, ma una convenzione che può essere messa in discussione, criticata, modificata. Penso che a stabilire dove si collochi la parola normalità sia il rapporto tra l’individuo e la società in cui vive.
In poche parole, se io vivo in una comunità rispettando le regole, pagando le tasse, lavorando, non commettendo reati, perché dovrei essere anormale?
Ritengo che oggi il concetto di normalità stia diventando sempre meno definito, grazie anche alle lotte e al coraggio di molti! E allora è normale chiedere più sicurezza senza il bisogno di ghettizzarsi, è normale chiedere diritti, è normale perseguire le discriminazioni, e la mia diversità fornisce un valore aggiunto alla società in cui vivo così come quella di chiunque altro.

Per questo non voglio perdermi in discussioni tautologiche ma incitare a non abbandonarsi ad inutili commiserazioni o scontri, e continuare a lottare per il conseguimento di una condizione di vita serena e rispettata, andando avanti a testa alta e con la consapevolezza di essere normalmente diversi!

Nessuno tocchi il cliente!

prostitute

Leggevo stamattina su Repubblica del ddl Carfagna che cambierà dopo 50 anni la legge Merlin, attuando un giro di vite non solo su chi si prostituisce per strada ma anche sui clienti, che rischiano un arresto che va dai 5 ai 15 giorni ed un’ammenda da 200 fino a 3000 euro!

Il ddl vuole dare uno schiaffo a chi sfrutta la prostituzione, in particolare quella femminile, introducendo il reato di prostituzione in strada e luogo aperto al pubblico, ma non prevede il ritorno delle case del piacere.

“Le case chiuse – afferma la Carfagna – legittimerebbero la prostituzione, il nostro ddl è invece punitivo. Non la regolamenta ma la contrasta duramente” ha precisato la ministra. Che continua: “Come donna, le case chiuse mi fanno rabbrividire… Come donna nelle istituzioni so che esiste e cerco di contrastarla”.

Mi chiedo se la Carfagna sia realmente convinta di “risolvere il grattacapo”, o se non stia piuttosto facendo lo sbaglio di mitizzare un fenomeno che andrebbe studiato ed affrontato in un altro modo.

A tal proposito credo sia utile conoscere l’opera di chi si è interessata alla questione non demistificando la prostituzione e cercando di dipingerla quale è e non secondo stereotipi, approssimazione o ideologia.

Mi riferisco a Carla Corso, presidentessa del Comitato per i Diritti Civili delle Prostitute, che tra l’altro stamattina in una nota ha risposto alle affermazioni della Carfagna che ha affermato “di provare orrore per chi vende il proprio corpo”, dicendo che eppure “la signora ha usato il suo corpo per arrivare dove è arrivata, facendo calendari. Basta aprire internet per vedere le sue grazie“.

E a Giulia Garofalo, dell’International Committee on the Rights of Sex Workers, ricercatrice in economia politica, collaboratrice di NextGENDERation, che ha portato avanti uno studio interessantissimo sulle sex-workers in Europa, sfociato nella presentazione in Parlamento Europeo di due importanti documenti: la Dichiarazione dei diritti delle/i sex workers, che mette in chiaro quali sono i diritti delle/i sex workers secondo la legislazione di diritti umani internazionali gi vigente in Europa, e identifica le misure che devono essere prese dagli stati al fine di rispettare e garantire i diritti delle-i sex workers; e il Manifesto delle/i sex workers in Europa, un documento che mette per iscritto una visione condivisa di una società giusta, diviso in tre parti: “oltre la compassione e la tolleranza, per il riconoscimento dei diritti” (ispirato al titolo del Documento del Comitato di Pordenone), “le nostre vite”, “il nostro lavoro”.

Sempre dall’intera conferenza sono state approvate una serie di Raccomandazioni su precisi cambiamenti richiesti a diversi paesi dove le particolari situazioni di ingiustizia e repressione devono essere cambiate al più presto. Ne cito solo alcune tanto per rendere l’idea:

  1. Le politiche intese a rendere le professioni del sesso invisibili e ad evincere i professionisti del sesso dai luoghi pubblici contribuiscono alla stigmatizzazione, all’esclusione sociale e alla vulnerabilità di questi lavoratori/trici;
  2. I governi dovrebbero proteggere i diritti umani di tutti i professionisti del sesso, uomini, donne o transessuali, immigrati o nazionali;
  3. Le professioni del sesso sono lavoro, lavoratrici e lavoratori del sesso sono lavoratori/trici e come tali vanno riconosciuti/e;
  4. I governi devono garantire a professioniste/i del sesso di poter lavorare in condizioni di sicurezza e igiene al pari di qualunque altro lavoratore/trice.

Se proviamo ad immaginare un mondo diverso, migliore, lo vediamo con o senza prostituzione?

Questa è una delle domande che si è posta Giulia Garofalo, definendola come fuorviante e truccata, perchè di fatto cancellerebbe la realtà di centinaia di migliaia di persone che fanno e comprano lavoro sessuale.

” Per mettere in discussione le ingiustizie sociali, quello che bisogna fare non è immaginare un mondo senza conflitti né potere. E neanche inseguire le promesse della “liberazione sessuale” di cui molte femministe, poi Foucault e i movimenti queer ci hanno insegnato a non fidarci. Si tratta invece di sviluppare il potenziale di resistenza, a seconda delle diverse situazioni di prostituzione. E’ importante emancipare, attraverso il mercato, un lavoro tradizionalmente non pagato. Ma c’è dell’altro. C’è qualcosa che ha che vedere con una differenza fra ciò che fa un/a infermiera/e e ciò che fa un/a sex worker. E questa specificità è che la/il sex worker, per fare il proprio lavoro, deve fare un uso diretto e strumentale del proprio stigma – come donna, come nera, come gay etc. Deve cioè imparare a riconoscere il funzionamento della sessualità come sfera di riproduzione dei rapporti di potere che la/lo stigmatizzano e usarla a proprio vantaggio. Deve farlo in modo trasparente, nudo, cosciente, teatrale. In quanto performance esplicita, il sesso pagato ha allora la capacità di “scoprire le carte”. Può aprire, in certe circostanze materiali tutte da conquistare, uno spazio di gioco e dissonanza capace di rivelare, come in un pastiche , che lo “stesso sesso” fatto fuori dal commercio, il sesso cioè considerato “normale”, in realtà di normale e naturale non ha proprio niente, ma è invece un affare profondamente politico”.

Dunque le misure repressive non possono far altro che aumentare la violenza e il rischio di sfruttamento lavorativo, dal momento che spingono solo all’illegalità e alla clandestinità, all’esclusione e alla marginalizzazione sociale, rinforzando lo stigma che è la causa della emarginazione e dell’ abuso dei diritti fondamentali della persona!

Feste Pd e le amarezze del popolo GLBT

Settembre: periodo di feste, le care vecchie feste dell’Unità!

Da un mese a questa parte, tuttavia, ciò che rimane di quelle feste ha cambiato il nome in Festa Democratica, che ha preso il via in questi giorni a Bolgona e Firenze con dibattiti e temi caldi da trattare.

Nel programma ufficiale è stata annunciata anche l’assemblea degli “omosessuali del Pd”, alla quale pare abbiano partecipano poche decine di persone venute ad ascoltare quello che è parso più uno sfogo della deputata nazionale Paola Concia, che comunque con grande verve e spirito di lotta ha affermato:

«D´Alema ha detto che il partito si deve dare una mossa. Sono d´accordo, ma una mossa se la dia anche lui, se la diano tutti. Il Pd deve avere il coraggio di rappresentare la mia vita, di guardare in faccia le persone e rispondere alle loro domande reali, concrete, deve affrontare le cose difficili, invece di evitarle e prendere tempo». Parlare, per esempio, dei «centomila bambini figli di coppie omosessuali» che vivono in Italia, tornare alla carica sul tema dei diritti di cittadinanza, «riempire il vuoto, la lacuna, di un partito che si va costruendo», dandogli una fisionomia laica, in sintonia con gli standard europei.

Alla festa di Firenze erano tutti seri e attenti, tutti concentrati per combattere quel grande “avversario” che è Paola Binetti, temuta dallo stesso Grillini che le ha riconosciuto una forte presenza nel campo d’azione politico, basti pensare al caso Englaro.

Diversa l’aria respirata a Bologna, più allegra e leggera anche grazie alla presenza delle Drag Queen, ma non di meno impreganta dalla necessità di darsi una mossa e di cominciare a costruire qualcosa di serio anche per la comunità GLBT italiana.

“Da settembre-ottobre in poi – ha detto Paola Concia – dovremo rilanciare e coprire il vuoto del Pd su questi argomenti, anche cercando alleanze e mescolanze all’interno del partito”. Il primo passo pare sia quello di decidere come i rappresentanti GLBT vogliano strutturarsi all’interno del partito al fine di costruire una cultura politica sui diritti civili. “Come gruppo dei Glbt del Pd – ha proseguito la Concia – possiamo creare uno spazio di discussione per tutti quelli che vogliono ragionare intorno a questi temi, una struttura aperta, coinvolgendo tutti quelli che nel Pd vogliono confrontarsi su questo tema, per tenere viva la discussione e costruire le politiche del Pd su questi temi; oppure possiamo fare una struttura più chiusa che faccia pressione all’interno del Pd. Io sono più per la prima ipotesi – ha concluso – ma sono aperta ad altre soluzioni”.

Ciò che è certo è che bisogna agire, perchè la situazione in Italia è certamente drammatica e non si può far affidamento sulle competenze ministeriali, perchè come ha affermato la stessa Concia, «il ministro Carfagna non batte un colpo. E quando lo batte è meglio se sta zitta».

“Polis Aperta”: primo raduno nazionale LGBT della polizia

L’associazione Polis Aperta, che riunisce uomini e donne omosessuali italiani che portano la divisa, si incontrera’ per stilare uno Statuto e un calendario di iniziative, come il coming out di gruppo. Nicola Cicchitti, presidente dell’associazione, parla della difficolta’ di venire allo scoperto: “Per molti di noi il timore non è quello di una ritorsione violenta, quanto della discriminazione strisciante. E il disagio per il machismo quotidiano che chi è in divisa è costretto a vivere, fatto di battute e di linguaggi, lo stesso che le donne entrate nell’esercito e in Polizia hanno contribuito a cambiare, senza tuttavia riuscire a cancellarlo“.

Dopo tanti anni di clandestinita’, durante i quali era praticamente impossibile rivelare la propria omosessualita’, ora carabinieri, poliziotti, agenti della Guardia di Finanza, soldati dell’esercito e dell’aeronautica gay si ritroveranno il 26 settembre a Bologna.

Le reazioni, ovviamente, non sono tutte positive. Ad esempio Franco Segala, comandante della sottosezione polizia stradale Bologna Sud di Casalecchio, ha preso carta e penna e in una lettera al Carlino ha espresso il suo dissenso all’iniziativa, partendo dal presupposto che in tanti la pensano come lui senza esporsi per il timore di apparire reazionari o sessisti. “Ho letto che a Bologna il 26 settembre prossimo si terrà il primo meeting dei poliziotti gay — scrive Segala —. Io ritengo che nella nostra democrazia siano normativamente tutelate le varie espressioni sessuali e che l’omosessualità sia ormai una presa di coscienza sociale. Comprendo il disagio che in talune circostanze i gay possono incontrare, ma ciò non giustifica il loro atteggiamento da piazza”.

Per il dirigente, “un meeting a Bologna è sconveniente per l’immagine degli  uomini della Polizia di Stato e di tutte le forze dell’ordine. Io, come uomo dello Stato, mi sento profondamente a disagio per questa iniziativa gay di uomini in divisa; se vogliono riunirsi lo facciano pure ma non sotto il nome della polizia. Le associazioni gay sono presenti ovunque nel nostro paese: vadano in quelle già esistenti, ma abbiano rispetto per quei poliziotti che hanno ancora in questa società il valore dello Stato e della famiglia tradizionale”.

Di parere opposto Franco Grillini, presidente onorario di Arcigay, che ha affermato che questo convegno “consentirà di porre al ministero dell’Interno questioni già sollevate più volte nel corso degli anni”.

A ospitare l’assemblea sarà il circolo Arcigay ‘Cassero’, come conferma il presidente Emiliano Zaino, che esprime “soddisfazione per l’apertura in un ambiente tanto ostico a questo tipo di tematiche: fino a poco tempo fa sarebbe stato impossibile pensare a un’associazione gay che nasce fra i lavoratori delle forze di polizia e dell’esercito”.