Tanatoparty

Tanatoparty

“Resta il tuo corpo, che al disfarsi contrapporrà il rifarsi come verbo, costringendo gli spettatori della morte fiction a ricontattare la morte vera, anche se spettacolarizzata in un’azione artistica. Restano le sue membra esposte, simbolo del fare poesia secondo Lucia Pezzi: uno strapparsi a morsi che, a carne viva, ti fa arrivare al cuore inesorabile delle cose”.

Come in una danza macabra, una ballata cadenzata da storie sotterranee e dalle frasi del Libro Tibetano dei morti che incorniciano le pagine, il lettore si trova in un mondo popolato da diversi personaggi: da Mina e Sergio, da Leo e Clotilde, ciascuno con un proprio mondo e ciascuno collegato con Lucilla Pezzi, protagonista del romanzo, eccentrica e misteriosa che come una sorta di Alice li condurrà in un paese di visioni e liricità.

Artista spregiudicata e seducente, dopo aver scoperto di avere un cancro, Lucilla decide di porre fine alla propria vita producendo la sua più importante opera d’arte: il proprio corpo senza vita verrà esposto per l’ultima performance della sua carriera a Tanatoexpo.

Con questo gesto amici, parenti e conoscenti saranno obbligati a contemplare la Morte tappando le orecchie per proteggersi da un urlo muto contro le lusinghe ultraterrene o le paure faustiane del limite da sorpassare, in una mostra itinerante che ha l’obiettivo di arrivare dritta al cuore.

E in quella fiera dove anche la dipartita è un affare da piazzare, la morte si fa lirica magnetica, un po’ grottesca e un po’ crudele, e gli spettatori sono i personaggi ma anche il lettore mosso a perdersi tra le parole dell’autrice, tra quei protagonisti intrisi di ricordi e malinconie, e quelle date da cui l’autrice cerca di trarre un filo che le colleghi, quasi a voler mantenere un contatto tangibile con chi non c’è più e a voler rimettere a posto ciò che l’ha fatta soffrire.

Il romanzo, scritto da Laura Liberale e pubblicato il 23 Settembre da Meridiano Zero, è un piccolo gioiello, una favola nera in grado di ammaliare il lettore e di invitarlo a prendere il vizio di vivere, cosi che la morte quando arriva possa trasformarsi in impenitente poesia: “Verrà la morte e avrà i tuoi occhi”, recitava un famoso poeta!

Laura LiberaleSono rimasta talmente colpita da questa opera che ho chiesto ed ottenuto di fare un’intervista a Laura che desidero ringraziare per la disponibilità e la gentilezza.

Ciao Laura,

nella tua breve biografia leggo che suoni il basso in un gruppo rock composto da scrittori.

La dedica del libro cita i Bauhaus, gruppo dai testi lirici e dalle atmosfere gotiche:

Quanto la musica influenza la tua scrittura? E come la definiresti?

La influenza moltissimo. Ho una soundtrack per ogni cosa scritta, anche se non sempre scrivo ascoltando musica. Per Tanatoparty sono stati Bauhaus, Killing Joke, Joy Division, soprattutto.

Come definirei la musica in generale o l’influenza della musica sulla mia scrittura? Se è buona la prima, mi stai chiedendo veramente troppo. Se lo è la seconda, allora ti rispondo che è un’influenza che vorrei condividere col mio lettore ideale, nel senso che mi piacerebbe che la mia soundtrack fosse anche il suo sottofondo musicale durante la lettura del testo.

La citazione iniziale di Dick, tratta da un suo famoso romanzo, vuole forse essere un monito per il lettore che si troverà di fronte ad una realtà erosa?

In realtà voleva essere molto più leggera, quasi una battuta. Quasi.

– Questo è il tuo primo romanzo? Avevi provato a scrivere qualcosa prima d’ora?

Ho scritto e scrivo racconti e poesie (ho pubblicato a luglio di quest’anno una raccolta poetica con la d’If di Napoli). Al momento sto lavorando al secondo romanzo e ad alcuni racconti sulla scia di Tanatoparty (ho raccolto molto materiale in corso d’opera, e intendo utilizzarlo tutto).

Ho letto che sei indologa e traduttrice. Non pensi che la spettacolarizzazione della morte sia un allontanarsi dall’ordine universale delle cose a causa di un eccessivo attaccamento alle cose “terrene”? In due parole, Dharma e Karma che rapporto hanno nel tuo romanzo?

Non tutti credono all’esistenza di un ordine universale delle cose (non importa cosa penso io al riguardo). La spettacolarizzazione della morte è una realtà mediatica di tutti i giorni e, allo stesso tempo, non si sa più come approcciare la morte reale. Tu parli di “attaccamento alle cose terrene” (e capisco cosa intendi, al di là di ogni possibile interpretazione metafisica), un altro potrebbe tirare in ballo la categoria dei valori (tanto spendibile quanto vaga), e un altro ancora gli esiti inevitabili della società dei consumi… La faccenda è ben più complessa.

Dharma e Karma? Sono due parole che l’Occidente ha “adottato” e fatto sue, ma per una grande fetta  d’umanità hanno un significato e un valore ben specifico. La mia buonafede di indologa mi impedisce di usarle alla leggera. Ti offendi se passiamo alla prossima?

– I personaggi del tuo libro nascono dalla tua fantasia o da esperienze personali?

Naturalmente da entrambe.

Trasgressione, creatività, impegno e decadenza: con queste quattro parole mi sento di riassumere il personaggio di Lucilla. Ti sei ispirata a qualcuno nel tratteggiarla? E come la definiresti tu?

Ho pensato a una versione più “estrema” della poetessa americana Anne Sexton, vincitrice del Premio Pulitzer nel 1967. Anche lei, come Lucilla, aveva un suo gruppo rock per le performance.

Lucilla usa il suo corpo come superficie di scrittura. Provoca il pubblico della postmodernità, dicendogli, da morta: “Guardami. Sono qui a farmi beffe della tua paura, della tua ossessione per il tempo. La tecnica che mi ha prodotta è la stessa con cui aspiri a farti congelare in un’apparenza di eterna giovinezza.”

In un mondo d’improvvisatori in ogni campo, Lucilla incarna anche coraggio, impegno, coerenza e responsabilità delle proprie scelte. Di questi tempi non è poco.

– Un capitolo è interamente e minuziosamente dedicato alla descrizione dell’inumazione e del conseguente aumento dell’inquinamento e impoverimento delle risorse naturali. Da dove provengono questi dati? Come mai ti sei interessata a questo argomento?

Sono dati che provengono da internet, a quanto sembra attendibili, ma non posso averne la certezza.

E comunque, anche se fossero gonfiati, inesatti, il problema si pone comunque, e ciascuno di noi può decidere come agire in proposito. Da più parti si sono già levate voci a favore di funerali ecosostenibili, con ridotto impatto ambientale. È sufficiente documentarsi un po’.

– Il tema della necrofilia e quello della spettacolarizzazione si intersecano: il messaggio che Lucilla vuole inviare è quello della purificazione, dell’immortalità dell’anima o della liberazione del proprio spirito attraverso la supremazia sul proprio corpo?

C’è un passo del libro che dice: “Per Günther e Lucilla il corpo doveva essere un grido ininterrotto contro l’ideologia, e il grido andava prodotto col sangue. Il corpo doveva sanguinare, come in un’iniziazione, e attraverso il dolore riaffondare la cosiddetta anima nel molle, nell’umido, nel buio e nell’impermanente della materia da cui il pensiero l’aveva estratta a forza”.

Lucilla non afferma l’immortalità dell’anima, e la sua non è neanche una sorta di ascesi sui generis volta a ottenere il dominio sul corpo. Lucilla vorrebbe superare la dicotomia anima/corpo che, da lunga tradizione filosofica e religiosa, fa dell’anima il”bene” e del corpo il “male”.

C’è un’altro passo, o meglio, dei versi (sono settenari ed endecasillabi) in cui Lucilla dice:”Dov’è finito il mondo? / L’ha spento un tradimento. / Dov’è il suo richiamo? / Non so che l’alfabeto dei miei sintomi, / e oltre la curva del mio male il tempo / no, non tracima più.”

Morire è questo, per lei. Lo spegnersi del mondo, e non l’involarsi dell’anima. La perdita della soggettività (quale corpo agente e senziente nel mondo) e la riduzione a cosa fra le cose.

Un giorno, in ospedale, vidi mio padre, malato terminale, fissarsi una mano con uno sguardo che non dimenticherò più. Non c’era solo sgomento nei suoi occhi. C’era come un’attenzione assorta, quasi curiosa, uno stupore indagante. La sua mano era già diventata un oggetto, osservabile da una prospettiva nuova, inedita. In quello sguardo c’era la comprensione che mai più essa avrebbe fatto presa sul mondo.

Questo ho tentato di fare esprimere a Lucilla.

E poi c’è tutto il discorso dell’autodeterminazione. Lucilla sfida il suo medico a guardare il corpo non solo come entità biologica ma come volontà e progettualità. Per bocca sua, ho espresso la mia posizione in tema di testamento biologico e trattamento medico a fine vita: pur nel riconoscimento dell’assoluto mistero della vita, sono fermamente convinta che le scelte individuali vadano rispettate, senza condizioni.

– Quanto tempo hai impiegato per scrivere il tuo romanzo? Che tipo di scrittura pensi di avere: di getto o programmata?

La versione edita di Tanatoparty è, in realtà, la terza. Ce ne sono altre due: una del 2006 e una del 2007. Ho iniziato a documentarmi per il romanzo subito dopo la morte di mio padre, nel 2004. Una gestazione piuttosto lunga, come vedi. In tutto questo tempo sono stata seguita da Marco Vicentini, l’editore, il quale mi ha fatta scrivere e riscrivere, spremendomi fino all’osso.

Potresti definirmi un cesellatore. Non scrivo assolutamente di getto. Posso lavorare anche un’ora su una singola frase (ho un Super-Io letterario molto pretenzioso).

– La domanda può sembrarti scema, ma più sono stupide e più mi piacciono: cosa volevi trasmettere scrivendo questo romanzo? Qual è lo scopo o il messaggio intrinseco (se ce n’è uno)?

Volevo anzitutto elaborare un lutto. Volevo capire delle cose, e capirle, per me, significa scriverne, finché non me le sono chiarite a me stessa. Volevo, potendo, aiutare anche gli altri a pensare queste cose, a interrogarsi sulla concezione della morte nella società contemporanea e sul loro rapporto personale con la morte. Volevo provocare. Volevo non solo piangere mio padre, ma capire cos’era successo quando – lui appena morto – ero stata lì con un tizio estraneo (uno delle pompe funebri, uno pagato per farlo) a vestirlo frettolosamente, di colpo mio padre trasformato in qualcos’altro, qualcosa che –  mi si voleva far credere – non avrei più potuto gestire da sola, vestire da sola, toccare da sola…

Quanto ai messaggi… ne abbiamo già parlato, no?

– Una cosa che mi è molto piaciuta è la trascrizione delle frasi tratte dal libro dei morti  dei morti tibetano come cornice sul bordo delle pagine: c’è una correlazione tra le frasi scelte e i capitoli? E come mai questa “preziosità”?

Hai detto bene. Si tratta di una “preziosità”. In origine avevo titolato solo alcuni capitoli iniziali con delle citazioni dal Libro. Poi, Marco Vicentini ha genialmente avuto questa pensata. Per me (in veste d’indologa)  è stato, inoltre, un omaggio al grande maestro Giuseppe Tucci, il curatore dell’edizione italiana.

La correlazione (quando c’è) è tra frasi e pagine. Può essere un gioco per il lettore, nonché una sorta di interspazio “meditativo”.

– Nella tua scrittura ti sei ispirata a qualcuno in particolare?

Non consciamente. Fermo restando che non passa giorno senza che io legga qualcosa, e quindi le sollecitazioni e gli input possono essere stati molteplici.

– Un’ultima domanda: se ti dico 23 Settembre che cosa pensi?

Leggo che il 23 settembre del 1943 è nato Julio Iglesias.

Forse sarebbe stato meglio cambiare la data d’uscita del mio libro, che ne dici?