Non mi uccise la morte ma due guardie bigotte…

mani-bianche21 Luglio 2001: ricordo nitidamente quel giorno. Ero a Catania, avevo deciso di vedere una rassegna di concerti che si preannunciavano molto belli, tra cui uno per me imperdibile, quello di Patti Smith. Ricordo bene la mattina di quel giorno, la sensazione di congelamento di fronte alle immagini del massacro in televisione, ed il mio pensiero che correva veloce ai miei amici, che al contrario di me avevano superato la paura e deciso di esserci!

Perchè fin dall’inizio si sapeva che il rischio sarebbe stato alto, che la possibilità di scontri, per la presenza dei black-blocks, era fortissima, perchè da oltre un anno si era continuato a montare l’attesa di violenza.. Ma ci sbagliavamo tutti: il rischio c’era, ma proveniva dallo Stato, da coloro che avrebbero dovuto difendere e proteggere i più deboli, i pacifisti, le “mani bianche” di piazza Manin, così come i cortei in giro per il centro.

Eravamo in piazza Manin con i palmi delle mani dipinte di bianco, alzate in alto, per mostrare le nostre assolute buone intenzioni! Saranno trascorsi cinque minuti, il tempo appena di vedere andar via quei ragazzi vestiti di nero, che la polizia ha cominciato a lanciare lacrimogeni. Sembrava di essere in Cile, in piena guerra civile… sono riuscita a proteggermi dalle manganellate dei poliziotti, nascondendomi dietro un’auto!

E’ questo il racconto di una mia carissima amica che era lì in quei giorni, incinta del suo bambino, anche se ancora non lo sapeva, e che è riuscita a sfuggire alla violenza dei poliziotti credo solo per fortuna.

Ma di racconti così, di testimonianze dirette di gente anche molto più grande, da sempre appartenente a gruppi pacifisti come la rete Lilliput, e che lì in quei giorni si mise anche a pregare in gruppo per dimostrare la propria volontà di manifestare pacificamente, ne ho sentiti a fiumi. Ma il minimo comune denominatore per tutti è sempre quello: “la polizia ci caricava all’improvviso, immotivatamente“.

Ecco, per esempio, un’altra testimonianza di ciò che accadde in piazza Manin.

Quei giorni sono rimasti nel cuore e negli occhi di chiunque sia stato direttamente o indirettamente coinvolto. La rabbia per ciò che era successo si trasformò per molti di noi in voglia di fare qualcosa di concreto nella propria vita, in nome della giustizia e della libertà, e tutt’oggi è così. Tutto da allora è stato diverso, come se avessimo scavalcato un limite, un confine che ci separava da un’adolescenza che non voleva andar via e una maturità sbattuta in faccia!

Il ricordo di quelle immagini, la visione di mille interviste di chi in quella Premiata Macelleria Italiana c’era stato e ne era uscito incolume rispetto a molti altri (solo qualche botta e qualche graffio!), la lettura delle pagine di Lorenzo Guadagnucci, giornalista del Resto del Carlino, che all’interno della Diaz fu pestato e trattenuto in stato d’arresto per due giorni all’ospedale Galliera, così come il racconto del carabiniere che pare sparò e uccise Carlo Giuliani, non ha fatto altro che nutrire in tutti questi anni una voglia di verità e giustizia e la volontà di costruire una società più equa.

Gli anni sono trascorsi, tra promozioni dei vertici di polizia e servizi segreti presenti in quei giorni, e coinvolti nel massacro della Diaz, e scoop eclatanti pochi giorni prima della sentenza, ma ieri non hanno trionfato le libertà civili e il dissenso politico, etico, culturale, ha trionfato la legittimazione della violenza per chi dovrebbe invece difendere da essa, ha vinto lo strapotere concesso a un personaggio passato da Capo degli operativi a Capo gabinetto del Viminale e oggi a Capo dei servizi segreti. C’è stata l’assoluzione delle responsabilità personali dei vertici della polizia, il capo dell’Anticrimine Gratteri, il dirigente dell’Aisi Luperi e gli altri funzionari, ed una condanna “dei pesci piccoli”. Ma soprattutto è stata proclamata la morte della libertà e della giustizia.

Quando ieri sera ascoltavo al telegiornale la proclamazione della sentenza, mi sono sentita riproiettata a 7 sette anni fa, a quella giornata così afosa  e contemporaneamente così gelida, e nella mia testa risuonavano queste parole:

I was dreaming in my dreaming
of an aspect bright and fair
and my sleeping it was broken
but my dream it lingered near
in the form of shining valleys
where the pure air recognized
and my senses newly opened
I awakened to the cry
that the people / have the power
to redeem / the work of fools
upon the meek / the graces shower
it’s decreed / the people rule

The people have the power
The people have the power
The people have the power
The people have the power

.. Forse ieri ci hanno cercato l’anima a forza di botte ma so che in sede europea continuerà una battaglia politica e giudiziaria che non puo’ dirsi conclusa con queste assoluzioni, e questa estate sarò a La Maddalena, al prossimo vertice del G8, per vivere in presa diretta, non pretendendo né reclamando l’apertura delle porte della Democrazia, ma costruendole!

Luana Zanaga: orgoglio e pregiudizio

Nell’ articolo di qualche settimana fa descrivevo la difficoltà espressa dal Presidente dell’associazione “Polis Aperta“, Nicola Cicchitti, per chi, omosessuale e parte di un’arma, deve vivere ogni giorno una discriminazione strisciante. In particolare ricordo la reazione di Segala, comandante della sottosezione polizia stradale Bologna Sud di Casalecchio, che affermava che nella nostra democrazia sono ormai normativamente tutelate le varie espressioni sessuali e che l’omosessualità é ormai una presa di coscienza sociale.

E’ di due giorni fa l’intervista a Luana Zanaga, agente di polizia che dichiara di essere stata discriminata a causa del suo orientamento sessuale.

E’ dura essere gay e portare la divisa. Fare il poliziotto è un sogno che avevo fin da bambina. Posso dire di essere fortunata, faccio un mestiere che mi piace e di cui vado orgogliosa. Però ci sono dirigenti che cercano di ferirmi sul mio orientamento sessuale e questo non lo accetto.

[...] Al momento dei test psico-attitudinali ti chiedono se sei omosessuale. E’ una domanda che fanno a tutti. Se rispondi di sì non ti prendono. Non viene testata la tua onestà, la forza di volontà nel resistere alla corruzione, la determinazione ad affrontare i criminali, ma indagano sulla tua vita affettiva e sessuale.

Le discriminazioni sarebbero cominciate a seguito del suo trasferimento a Padova, dove aveva una relazione con una sua collega del gruppo sportivo della polizia; alla richiesta di chiarimenti da parte dei suoi superiori Luana ha scelto di non negare. E da quel momento le vessazioni sono state tante: turni pesanti, molte festività lavorate, un trasferimento immotivato dalle volanti al centralino del 113, l’obbligo di andare ogni 15 giorni da uno psicologo. Le cose sarebbero poi peggiorate a causa di un altro dramma sfiorato: il 31 agosto, Luana salva dal suicidio la sua nuova compagna. Un intervento encomiabile, che tuttavia conferma le abitudini sessuali della donna.

«Continuerò a fare il poliziotto – risponde a chi le chiede cosa farà adesso – ma risponderò a tutti gli attacchi. Intanto ho avuto la solidarietà di molti colleghi, delle ragazze della squadra di calcio e degli amici».

Intanto ieri il Questore ha messo le mani avanti: «Ora valuteremo la situazione – annuncia il dottor Savina – Una cosa è certa: non abbiamo l’abitudine di andare a controllare quello che fanno i dipendenti sotto le lenzuola. In tanti anni la Polizia si è profondamente trasformata. Lo prova il fatto che un quinto degli agenti è ormai di sesso femminile, e che nel Corpo esistono circa 25 sigle sindacali. L. Z. avrebbe potuto contattarle, oppure rivolgersi all’autorità giudiziaria. Come mai non lo ha fatto?».

Semplice, perchè i sindacati hanno “scaricato” l’agente. Così Franco Maccari, segretario regionale del Coisp, avrebbe affermato: «Luana Zanaga? La invito a togliersi dal nostro sindacato». Anche Michele Dressadore, segretario regionale Sap, esprime qualche perplessità nell’appoggiare le dichiarazioni della poliziotta. «In generale non sono a conoscenza di discriminazioni sessuali tra le forze dell’ordine. In merito al caso di Luana Zanaga non conosco i dettagli della vicenda. L’agente, comunque, ha detto che tutti sapevano del suo orientamento sessuale, che “giravano voci”. Se davvero fosse stato un problema, le discriminazioni avrebbero dovuto esserci anche prima del suo outing ».

Ma se le forze dell’ordine non fossero considerate un luogo rigido in cui è difficile dichiararsi senza poi dover subire il machismo imperante la vicenda dell’agente Zanaga non avrebbe sollevato tutto questo polverone.

La scelta del clamore televisivo può essere sicuramente discutibile, ma non credo sia stata fatta a cuor leggero o per la ricerca di un pò di visibilità. E allora che ben vengano gruppi come Polis Aperta, perché se né i sindacati, né i superiori, né un’inesistente legge anti-omofobia si fanno garanti dei diritti di una qualunque persona facente parte di un’arma a causa del proprio orientamento sessuale, vuol dire che è indispensabile creare associazioni che  sin dallo statuto si battono contro l’adozione di provvedimenti discriminatori adottati in Italia negli ambienti di lavoro militari e di polizia.

Aggiornamento del 6 Ottobre:

Lascia senza parole la notizia dell’allontanamento della poliziotta, a causa del proprio orientamento sessuale,  dalla squadra di calcio che allenava.

“Un dirigente, alle 01.30 di notte – afferma Luana Zanaga, la poliziotta che con coraggio ha dichiarato il suo orientamento lesbico – mi ha inviato un sms dicendomi che non potevo più allenare le ragazze perché gay e che la società avrebbe dovuto mantenere l’immagine di una squadra onesta e pulita… Quindi se io sono gay sono disonesta? Le giocatrici sapevano della mia omosessualità e del mio impegno a favore dei diritti delle persone omosessuali, ma nessuno può affermare di aver subito molestie o attenzioni da parte mia, dal momento che mi considero una persona etica e professionale. Anzi, in queste ore sto ricevendo la solidarietà delle calciatrici, a testimonianza dell’onestà del mio impegno e di come l’intolleranza sia radicata solo ed esclusivamente nei vertici della società”.

Enrico Oliari, presidente di GayLib (gay e lesbiche di centrodestra), con un certo rammarico afferma che “forse nel ricco Veneto c’è molto colore e poca sostanza, dal momento che il rispetto dell’individuo, qualunque sia il suo orientamento affettivo, è fondamentale“.

Alberto Ruggin, referente dell’Associazione per il Veneto, invoca un intervento deciso del Governatore Giancarlo Galan. “Bisogna estirpare dalla nostra regione il razzismo e l’omofobia, affinché casi come quello di Luana non abbiano a ripetersi”.

Aggiornamento del 15 Ottobre:

I dirigenti della Lendinarese le hanno chiesto scusa e le hanno chiesto di tornare. Non solo: hanno mandato via dalla società il dirigente che l’aveva licenziata con un sms: «Questa società è pulita e non ha al suo interno drogati o omosessuali».

«Il Gruppo dirigente della Lendinarese ringrazia Luana Zanaga per il senso di responsabilità e per l’amore per i colori biancorossi dimostrati con il nobile gesto di rinuncia della guida tecnica della formazione femminile di Serie D. La Lendinarese riconosce la eccelsa professionalità tecnica di Luana Zanaga. I dirigenti e le giocatrici esprimono piena solidarietà a Luana Zanaga per il suo impegno civile, attraverso il quale ha saputo accendere i riflettori e la sensibilità della pubblica opinione sul problema sociale della omofobia. La nostra società sportiva è da sempre rispettosa delle varie diversità siano esse religiose, razziali, sociali o di tendenza sessuale e non tollereremo mai alcun tipo di discriminazione. La Lendinarese è moralmente al fianco di Luana Zanaga nella sua campagna antidiscriminazione. Esprimiamo inoltre un plauso nei confronti di Olga Brusco capitano della squadra femminile che ha saputo con sensibilità e caparbietà ridare coesione e fiducia ad un gruppo di ragazze frammentato e demotivato. La più grande vittoria sportiva della Lendinarese e pensiamo anche di Luana Zanaga è stata quella di aver schierato al completo la squadra femminile nell’incontro di campionato disputato domenica a Padova».

Al momento però Luana non ha accettato la proposta di tornare ad allenare la squadra.

…e la saga continua:

La poliziotta infatti, in un’intervista telefonica con Caterina Coppola di Gay.it ha oggi smentito le dichiarazioni fatte dagli amministratori della squadra.

“Smentisco categoricamente quello che la società ha dichiarato. E’ solo un modo che hanno trovato per tutelarsi legalmente perché temono ripercussioni sul tema delle discriminazioni e io non voglio più avere a che fare con una società in grado di comportarsi in questo modo. Sono quattro giorni che tento di parlare con il presidente, ma si è reso irreperibile. Purtroppo, la legge contro l’omofobia non è ancora stata approvata, quindi posso agire solo sul versante civile per i danni che le scelte della Lendinarese mi hanno arrecato. Su richiesta delle ragazze, ho dovuto mandare un comunicato alla società in cui rinunciavo agli incarichi, perché altrimenti per loro non ci sarebbero state le condizioni per tornare in campo – spiega Luana -. Otto di loro sono contro il mio ritorno: la maggior parte per ragioni personali, alcune per dichiarata omofobia, due perché, essendo minorenni, si devono adeguare alle decisioni dei genitori. Il padre è un carabiniere e si è già candidato a fare da allenatore alla squadra “.

E a propostito delle querele a suo carico sporte da due ragazze, così ha commentato:

E’ stato incredibile scoprire di queste querele dalla stampa. Addirittura risalirebbero all’inizio di quest’anno, mentre a me nessuna comunicazione formale è stata mai fatta. Con entrambe queste ragazze ho avuto una relazione e temo che siano state spinte a fare una scelta del genere dal timore di pettegolezzi e chiacchiericci che in una città come Rovigo possono essere davvero pesanti. I miei avvocati, in ogni caso, hanno tutta la documentazione necessaria per fare luce sulla vicenda, che nulla ha a che vedere, di fatto, con il mio allontanamento dalla Lendinarese.

Lunedì tornerà a lavorare nella sala operativa di Polizia, tutto quello che al momento possiamo fare è sostenerla ed incoraggiarla, nella speranza che tutto questo abbia presto una fine meritevole!

Polis aperta e divise da nascondere

Ho pubblicato qualche giorno fa l’articolo “Polis Aperta”: primo raduno nazionale LGBT della polizia ponendomi una serie di interrogativi sulla effettiva validità di un raduno simile, quasi “per categoaria”, sulle conseguenze per chi lavora in un corpo di polizia alla partecipazione ad una manifestazione simile, ma soprattutto sulle possibili reazioni da parte di chi si trova a contatto con un/a collega poliziott* o militare omosessuale.

E così stamattina mi sono imbattuta per caso in un articolo del Corriere di qualche giorno fa in cui si descrive la vicenda di Fabrizio Caiazza, il poliziotto milanese che avrebbe partecipato negli USA ad un concorso di bellezza in divisa, ottenendo l’incoronazione come il «più bello in uniforme». La cosa pare che abbia provocato il rischio di sospensione di Caiazza per aver sfilato in divisa senza chiederne l’autorizzazione. Il poliziotto, tuttavia, smentisce di aver sfilato anche perchè si trattava di un concorso on-line che non richiedeva la presenza fisica pur ammettendo di aver commesso una leggerezza nel farsi fotografare in divisa senza chiedere il permesso e nell’aver inviato quegli scatti ad un mensile free-press a target gay.

E’ stata comunque convocata una commissione disciplinare che deciderà quale provvedimento adottare anche per l’uso di materiale fotografico del Comando senza permesso, dal momento che – come è stato dichiarato – “un agente della Polizia Municipale, come qualsiasi altro dipendente comunale che voglia partecipare ad una pubblica manifestazione con la divisa deve prima chiedere l’autorizzazione al proprio superiore”.

Ciò che mi lascia perplessa non è tanto il provvedimento disciplinare a seguito delle foto, anche perchè la divisa ha un ruolo istituzionale e non personale, e partecipare ad un concorso di bellezza in divisa non credo rientri nei compiti ordinamentali, anche se, va ammesso, il fascino della divisa è innegabile! Ma ciò che mi preoccupa sono alcune dichiarazioni rilasciate da colleghi/e del poliziotto che hanno affermato che partecipare ad un concorso di bellezza per gay è un modo per screditare l’arma! Non capisco se il problema è che abbia partecipato ad un concorso di bellezza o al fatto che fosse per omosessuali… in qualunque caso ritengo che l’errore sia stato quello di non chiedere un’autorizzazione, perchè se dobbiamo parlare di azioni screditanti per un corpo militare dobbiamo sicuramente alzare il tiro e ricordare fatti ben più gravi (uno su tutti il G8 del 2001).

Non so a questo punto se si stia cercando di montare dei casi ad hoc pre -  polis; sicuramente il clamore, i dibattiti e le questioni, spesso inutili, noiose o semplicemente provocatorie ci saranno, ma ritengo che l’iniziativa potrà essere utile quantomeno ad aprire uno squarcio sul razzismo e sulle varie forme di machismo più o meno latenti all’interno dei vari corpi militari.

Individuati e fermati gli aggressori di piazza Bellini a Napoli

La macchina della giustizia si è messa in moto, e nonostante il timore  iniziale da parte delle ragazze aggredite e sfregiate a denunciare quanto accaduto, il commissariato di polizia di via San Biagio dei Librai ha individuato e fermato, con l’accusa di tentata violenza sessuale e lesioni aggravate in concorso con altre persone che naturalmente sono ancora in fase di identificazione, il protagonista della violenta aggressione avvenuta in piazza Bellini lo scorso 29 agosto a Napoli, Luigi Del Bono, 36 anni, che aveva trovato rifugio presso un albergo di via Mezzocannone.

L’associazione Arcilesbica di Napoli, che ha sporto querela per essere venuta a conoscenza dei fatti, ha inoltre sostenuto le ragazze, rappresentate dalla legale Elena Coccia, ed ha  divulgato il seguente comunicato stampa:

“Viene espressa soddisfazione per l’ottimo risultato ottenuto dall’avvocato Coccia per l’associazione Giuristi Democratici e Arcilesbica Napoli per il Coordinamento Campano LGT, formato da i-Ken onlus e M.I.T. Napoli, nato proprio in seguito agli episodi di violenza omofoba verificatisi nell’agosto duemilasette sempre in piazza Bellini.

Un anno quasi esatto è trascorso dall’episodio di violenza omofoba che tanto scosse ed indignò la comunità omosessuale napoletana ed eccoci costretti a dover assistere ad una nuova ondata di brutalità dove, stavolta, si è infierito contro ragazze poco più che maggiorenni,profittando del medesimo “palcoscenico”: quella piazza napoletana che ancor oggi appare più come luogo votato al conflitto che alla socializzazione e all’incontro di gruppi differenti.

Un anno è trascorso, ma non inutilmente. E’ stato infatti un periodo pieno d’iniziative finalizzate al coinvolgimento della cittadinanza nella lotta all’omofobia. Forte dell’azione portata dunque avanti, riconfermiamo oggi la nostra denuncia nei confronti delle Autorità statali e locali, che mancano di portare a realizzazione pratica uno “ stato sociale di diritto” in grado di garantire a tutti i cittadini, siano essi donne, immigrati, omosessuali o transessuali, pari diritti e pari dignità, a partire dalla libertà di aggregazione e dalla coesistenza di realtà sociali e culturali diverse.

Quest’atto di denuncia, oltre alla manifestazione di un grande coraggio personale, è forse anche il risultato di una politica per i diritti su cui molto abbiamo lavorato e lavoreremo e che rende il senso più profondo del nostro ruolo di associazioni; tuttavia, ciò non può impedirci –anche in un momento di soddisfazione- di ricordare come restino gravi le innumerevoli mancanze dell’organizzazione pubblica, che per prima dovrebbe apportare gli strumenti di sicurezza e integrazione necessari a che tra i cittadini –non solo omosessuali- fiorisca un senso di sicurezza e una cultura delle differenze.
In qualità di associazioni a tutela dei diritti civili non ci tireremo mai indietro di fronte a questi obiettivi ma siamo nelle condizioni di dovercene assumere tutto il carico, quando il perseguimento di questi dovrebbe essere prima di tutto compito dello Stato.

Insieme intendiamo continuare a lavorare per una società diversa da questa, in cui non esistano cittadini “minori” capro espiatorio dell’ignoranza e della violenza del branco. Una società dove il branco non esista. E dove la donna sia sempre persona. Ovunque. E non bastonata comunque”.

“Polis Aperta”: primo raduno nazionale LGBT della polizia

L’associazione Polis Aperta, che riunisce uomini e donne omosessuali italiani che portano la divisa, si incontrera’ per stilare uno Statuto e un calendario di iniziative, come il coming out di gruppo. Nicola Cicchitti, presidente dell’associazione, parla della difficolta’ di venire allo scoperto: “Per molti di noi il timore non è quello di una ritorsione violenta, quanto della discriminazione strisciante. E il disagio per il machismo quotidiano che chi è in divisa è costretto a vivere, fatto di battute e di linguaggi, lo stesso che le donne entrate nell’esercito e in Polizia hanno contribuito a cambiare, senza tuttavia riuscire a cancellarlo“.

Dopo tanti anni di clandestinita’, durante i quali era praticamente impossibile rivelare la propria omosessualita’, ora carabinieri, poliziotti, agenti della Guardia di Finanza, soldati dell’esercito e dell’aeronautica gay si ritroveranno il 26 settembre a Bologna.

Le reazioni, ovviamente, non sono tutte positive. Ad esempio Franco Segala, comandante della sottosezione polizia stradale Bologna Sud di Casalecchio, ha preso carta e penna e in una lettera al Carlino ha espresso il suo dissenso all’iniziativa, partendo dal presupposto che in tanti la pensano come lui senza esporsi per il timore di apparire reazionari o sessisti. “Ho letto che a Bologna il 26 settembre prossimo si terrà il primo meeting dei poliziotti gay — scrive Segala —. Io ritengo che nella nostra democrazia siano normativamente tutelate le varie espressioni sessuali e che l’omosessualità sia ormai una presa di coscienza sociale. Comprendo il disagio che in talune circostanze i gay possono incontrare, ma ciò non giustifica il loro atteggiamento da piazza”.

Per il dirigente, “un meeting a Bologna è sconveniente per l’immagine degli  uomini della Polizia di Stato e di tutte le forze dell’ordine. Io, come uomo dello Stato, mi sento profondamente a disagio per questa iniziativa gay di uomini in divisa; se vogliono riunirsi lo facciano pure ma non sotto il nome della polizia. Le associazioni gay sono presenti ovunque nel nostro paese: vadano in quelle già esistenti, ma abbiano rispetto per quei poliziotti che hanno ancora in questa società il valore dello Stato e della famiglia tradizionale”.

Di parere opposto Franco Grillini, presidente onorario di Arcigay, che ha affermato che questo convegno “consentirà di porre al ministero dell’Interno questioni già sollevate più volte nel corso degli anni”.

A ospitare l’assemblea sarà il circolo Arcigay ‘Cassero’, come conferma il presidente Emiliano Zaino, che esprime “soddisfazione per l’apertura in un ambiente tanto ostico a questo tipo di tematiche: fino a poco tempo fa sarebbe stato impossibile pensare a un’associazione gay che nasce fra i lavoratori delle forze di polizia e dell’esercito”.

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