Non finisce la serie di rapine che stanno macchiando la nostra città, sia di giorno che di notte, negli ambienti e nelle situazioni più diverse. A farne le spese, questa volta, un uomo, un transessuale italiano che è stato aggredito e derubato da due giovani extracomunitari non lontano dal centro storico, nei pressi di via Pistoiese. Il fatto è avvenuto la ieri notte, mentre l’uomo, un quarantenne di origini siciliane, da tempo residente a Prato, è stato avvicinato da un cittadino marocchino per la presunta richiesta di una prestazione sessuale a pagamento. Dopo una prima aggressione verbale ed aver spintonato e scaraventato la vittima a terra per sottrargli la borsa che portava con sé, contenente poche decine di euro ed alcuni effetti personali, l’extracomunitario si è immediatamente dato alla fuga a piedi per le vie del circondario, facendo perdere le proprie tracce. Nel frattempo, sul posto, stava transitando per un controllo di routine una gazzella dei Carabinieri del N.O.R. della Compagnia di Prato, che vedendo il transessuale disperarsi a terra si è subito fermata per soccorrerlo, capire la dinamica degli eventi ed acquisire tutti gli elementi in merito alla questione. Nel corso dell’acquisizione della testimonianza dell’uomo aggredito, è partita l’ispezione della zona per ricercare il colpevole della rapina, e nelle vicinanze del luogo della rapina i Carabinieri sono riusciti a rintracciare un altro cittadino nordafricano, identificabile con le iniziali A.A., 25enne algerino che alla verifica dei documenti in suo possesso è risultato già pregiudicato e clandestino sul territorio nazionale. Il giovane fermato non aveva partecipato direttamente all’aggressione e alla rapina, ma aveva comunque svolto la presumibile funzione di “palo” a favore del rapinatore descritto dal transessuale derubato.Nei confronti del 25enne nordafricano, che aveva già a proprio carico diversi precedenti di polizia, oltre alla condizione di immigrato irregolare, è scattata quindi l’immediata denuncia a piede libero per rapina aggravata in concorso è stato immediato anche l’avvio della procedura di espulsione amministrativa per il tramite dell’Ufficio Stranieri della Questura di Prato. I Carabinieri sono comunque ancora sulle tracce dell’uomo resosi colpevole come autore principale della rapina e dell’aggressione.
All’anagrafe si chiamava Paolo, 16 anni, sesso maschile, nata a Catania, ma lei si sentiva donna, si vestiva da donna, si truccava e si faceva chiamare Loredana. Alcuni anni fa aveva subito maltrattamenti dal padre, faceva una vita sregolata, dormiva di giorno e viveva di notte. La madre non riusciva a sostenerla, con il padre, dopo le violenze subite, non aveva rapporti, era intervenuto il Tribunale dei Minori di Catania. Sette giorni fa Loredana si è impiccata con il suo foulard preferito dentro la stanzetta della “Comunità Alice”, a Marina di Palma di Montechiaro (Agrigento) dove era ospite da tre mesi per essere “recuperata”. E per “recuperarla” il Tribunale dei Minori di Catania l’aveva assegnata a una comunità dove era costretta a vivere insieme a 35 ragazzi, tutti maschi, extracomunitari, tunisini, marocchini, algerini tra i 15 e i 17 anni, tutti clandestini arrivati dalle coste nordafricane.
Lei, Loredana, era l’unica “donna” di quella comunità e l’avevano assegnata li “perché nessuno la voleva” dice Linda Lumia, l’assistente sociale del centro che quattro giorni fa, insieme ad altri “ospiti” di “Alice” l’ha accompagnata al cimitero di Assoro (Enna) dove Loredana è stata seppellita. “C’erano la madre e i suoi fratelli, ma nessuno dell’Arci Gay, neanche un fiore” sottolinea Linda Lumia che ha dovuto affrontare una situazione incredibile. Ma è mai possibile che un ragazzo, di fatto donna, per essere recuperata sia mandata in una comunità fatta solo di maschi extracomunitari? L’assistente sociale del centro di accoglienza “Alice” – una bella struttura che sorge a poche centinaia di metri dal mare, con una piscinetta, un campetto di calcio, ottima cucina e stanze da albergo a tre stelle – allarga le braccia e non nasconde la sua impotenza davanti a una situazione del genere finita in tragedia.
Dentro il centro Loredana, che “era in prova”, non avrebbe avuto problemi di sorta, sostengono i responsabili della struttura, ma gli operatori tentavano comunque di “proteggerla”. “Era la prima volta che ospitavamo in un centro per maschi, una “ragazza” e per lei avevamo allestito – dice Linda Lumia – una stanzetta singola. Aveva in qualche modo la sua privacy, utilizzava il bagno delle donne per le operatrici del centro, mangiava con noi. Era anche contenta perché aspettava con ansia l’inizio del corso professionale per parrucchiera, ma l’altro giorno ha deciso di farla finita”.
La Procura di Agrigento ha aperto un’indagine che avrebbe accertato il suicidio ma sta ancora indagando per accertare eventuali responsabilità di altri. Si vuole accertare anche come e perché un ragazzo, di fatto donna, sia finita in quel centro popolato da soli uomini e non in un’altra struttura più adeguata. La notizia del suicidio di Loredana era stata diffusa dal deputato di Rifondazione Comunista, Vladimir Luxuria: “Nonostante l’impegno degli assistenti sociali – dice la parlamentare – la giovane non era in una struttura specializzata ad affrontare i problemi della disforia di genere, soprattutto in una fase delicata come quella adolescenziale. Occorre attivare una seria politica di inserimento sociale e lavorativo a partire dalla realizzazione di strutture più specifiche e mirate”.
“Ma dov’era l’Arci Gay quando ho chiesto di darmi una mano?” dice l’assistente sociale Linda Lumia. “E’ chiaro che la nostra struttura non era certo la più adatta per affrontare una situazione del genere, così delicata e complicata. Ma noi siamo stati gli unici e non buttare fuori Loredana. Nessuno la voleva, tutti gli altri centri ai quali era stato chiesto di ospitarla hanno detto di no. Loredana aveva “precedenti” era stata ospitata in altri centri da dove era fuggita e dove forse aveva creato qualche problema. Ma noi abbiamo fatto il possibile, abbiamo chiesto anche all’Arci Gay di darci una mano. A parole dicevano che avrebbero fatto qualcosa, ma non si sono mai visti né sentiti”.
L’assistente sociale che con Loredana aveva stabilito un ottimo rapporto e con la quale si confidava non nasconde le difficoltà incontrate nel gestire quel centro con 35 maschi e una donna. “Noi abbiamo fatto il possibile e se Loredana si fosse trovata male poteva andarsene in qualunque momento perché in questi centri tutti sono liberi di entrare ed uscire, poteva fare come tanti altri minori extracomunitari che stanno qui o in altri posti un paio di giorni e poi spariscono. Ma non lo aveva fatto, anche perché non aveva dove andare, perché nessuno la voleva”.
Prima d’impiccarsi Loredana aveva scritto due lettere, una alla madre e un’altra ad un suo amico con il quale intratteneva una fitta corrispondenza. Fra tre giorni si sarebbe trovata faccia a faccia con suo padre nel processo. “Non posso più vivere così, non ce la faccio più e ho deciso di farla finita…”, ha scritto prima di impiccarsi alla finestra della sua stanza vicino alla parete dove aveva affisso un grande poster di Marilyn Monroe.
- 7 Dicembre 2007: Palermo, “Fuma ed è lesbica!”, e le tolsero il figlio. Dopo due anni una madre si ricongiunge al figlio che il tribunale le aveva tolto perchè il marito sosteneva che fosse lesbica. Aveva appena venti mesi il bambino quando fu allontanato dalla donna. Il suo ex coniuge sosteneva, supportato dalla testimonianza di alcune persone, che la moglie fosse omosessuale e avesse una relazione con una amica. Il fatto è accaduto a Palermo. BATTAGLIA GIUDIZIARIA – La giovane donna, come scrive il Giornale di Sicilia, ha riottenuto il bimbo che ha ormai tre anni, al termine di una lunga battaglia giudiziaria. Il piccolo dovrà vivere nella casa dei propri genitori. La madre, 29 anni, ha sempre negato di essere lesbica e di avere una relazione con una amica di 31 anni. Ma ad affermare il legame sentimentale sarebbero stati anche i genitori della giovane mamma. La vicenda giudiziaria è iniziata con l’istanza di separazione per colpa, presentata dal marito nel gennaio 2006, nella quale il suo legale parlava di «comportamento pregiudizievole per il minore: assenteismo nei confronti del figlio e lesbismo». Il marito e lo stesso padre della donna le tolsero il bimbo con la forza: «Siamo state bloccate per strada e ce lo portarono via dopo avermi malmenata», ha raccontato la presunta amante della 29enne.
«E’ SOLO UN’AMICA» – Da quel giorno la mamma del bimbo andò ad abitare con l’amica. Della vicenda si è occupato anche il Tribunale dei minorenni al quale la mamma ha spiegato le sue ragioni: «C’è stata una forte alleanza tra i miei genitori e mio marito. Non è vero che ho una relazione omosessuale, lei è semplicemente un’amica che mi ha aiutata a uscire da una situazione difficile». I giudici, però, hanno affidato il piccolo al padre e ai genitori della madre. Un fatto insolito, specie se i bimbi sono così piccoli, a meno che le mamme non siano considerate pericolose o violente. Prevalse la tesi del marito: «fuma e fumava in gravidanza, voleva abortire, si è disinteressata del figlio ed è omosessuale». Per questo la giovane madre ha potuto vedere il bimbo solo nello «spazio neutro» allestito al Comune in orari fissi, mentre psicologi e assistenti sociali hanno seguito la situazione, affermando che la giovane è stata «letteralmente espulsa» dalla famiglia d’origine che ne rifiuta la presunta omosessualita. La separazione consensuale, ha consentito al bimbo di tornare dalla mamma. La storia è venuta fuori dopo che il gup ha assolto il marito accusato dall’ex moglie di calunnia e diffamazione.
In apertura di seduta, il consigliere Terzo Camilli (Udeur) aveva proposto di dedicare uno spazio pubblico a Chia, minuscola frazione di Soriano nel Cimino a Pasolini.
Camilli aveva motivato la proposta con il fatto che il poeta – regista aveva scelto proprio Chia per girare uno dei suoi capolavori, ”Il Vangelo secondo Matteo”.
E che in quell’ occasione si era innamorato del territorio, tanto che decise di acquistare e restaurare la Torre medievale del borgo e di passarvi gli ultimi anni di vita. Proprio a Chia, Pasolini era atteso il mattino successivo al suo omicidio e vi aveva scritto il suo ultimo romanzo ”Petrolio”. Durante le dichiarazioni di voto, l’uscita del consigliere di An Perugini, che si e’ detto contrario all’iniziativa ”perche’ Pasolini era ricchione”.
Il consiglio comunale di Soriano nel Cimino ha comunque approvato la proposta di Camilli e il parco Pasolini si fara’.
Episodio di bullismo all’istituto alberghiero “Migliorini” in via Manzoni a Finale Ligure, dove tre ragazzi della prima superiore sono stati denunciati dai carabinieri alla Procura presso il Tribunale per i Minori di Genova per atti di bullismo nei confronti di un loro compagno di scuola.
Secondo quanto riferito sull’accaduto, i tre bulli, al termine dell’ora di ginnastica, avrebbero tracciato con una penna una scritta sulla schiena del coetaneo, del tipo “Sei gay”. Sembra inoltre che abbiano anche disegnato sulla pelle dell’adolescente una svastica. L’atto non è però passato inosservato; infatti le stesse autorità scolastiche hanno segnalato l’episodio all’autorità giudiziaria genovese.
Sulla vicenda ora stanno conducendo ulteriori accertamenti, nella massima riservatezza, i carabinieri di Finale Ligure, che nelle prossime ore ascolteranno i genitori del ragazzo schernito e gli autori del gesto. Da quanto è trapelato, i reati ipotizzati sono quelli di violenza privata, ingiurie e atti discriminatori di stampo razzista, con l’aggravante di aver agito in gruppo. Già previsto un provvedimento scolastico disciplinare nei confronti dei tre bulli.
Un ragazzo di 20 anni è stato picchiato con violenza da un gruppo di cinque persone perchè gay.
L’episodio – sul quale indagano i carabinieri – è avvenuto in viale Unità d’Italia, a Bari. I cinque, secondo quanto riferisce il quotidiano, hanno chiamato per nome la vittima e prima di prenderlo a calci e a pugni, lo hanno accusato di essere un omosessuale. Poche le persone che erano in strada in quel momento e che comunque non sono intervenute.
Il ragazzo ha riportato contusioni varie ed una leggera infrazione all’omero che potrebbe pregiudicare la sua attività di musicista.
Un 21enne di Este (Padova) ha denunciato l’eslcusione dopo aver aver fatto outing in seguito alla partecipazione al programma di Canale 5 “Ciao Darwin”. Il giovane, ex chierichetto e da sette anni voce nel coro della chiesa, ha spiegato al quotidiano “Il Mattino di Padova” che don Paolino lo avrebbe invitato a non farsi più vedere alla corale, dopo aver appreso della sua omosessualità.
”Lasciamo perdere queste cose”, si è limitato a dire il parroco. Il sacerdote, stando al racconto di Alberto Ruggin, da sempre presente alle attività della parrocchia delle grazie, avrebbe circoscritto la reprimenda alla partecipazione al coro, non vietando al giovane di prender parte alla messa.
La vicenda avrebbe destato scandalo a Este, dividendo gli stessi amici e conoscenti del ragazzo fra posizioni solidali e prese di distanza sul modo pubblico (il racconto al giornale) scelto per rendere note le sue preferenze sessuali.
- 19 Novembre 2007: D – La Repubblica delle Donne: attacchi sempre più frequenti ad omosessuali e trans. Il clima omofobo ha raggiunto sfumature persecutorie». Lo hanno detto Titti De Simone, Franco Grillini e Vladimir Luxuria in un’interrogazione parlamentare, lo ribadisce la cronaca ogni settimana. «Le aggressioni sono salite, nell’ultimo anno, anche del 35 per cento», avverte Luca Trentini, membro della segreteria nazionale Arcigay con delega ai diritti umani e alla lotta alla violenza. Nel 2006, ricorda Barbara Pollastrini, «sono state 30 le persone transgender uccise»: l’ultima è Stefania Coppi, a fine luglio a Roma. Più recente (fine ottobre) l’assassinio di Antonio Saracino, in un’area del Cosentino frequentata da gay in cerca di intimità. «Negli stessi giorni», spiega Trentini, «a Catanzaro sono comparsi manifesti di Forza Nuova: “Basta froci». A maggio scorso si sono verificate cinque aggressioni omofobe – fisiche, verbali o attraverso volantini – in una sola settimana. E chissà quante non sono state denunciate, e chissà, senza arrivare a pestaggi e minacce, quante battute offensive, quanti gesti volgari. Il 40 per cento dei gay è stato preso in giro dai compagni di scuola, e quasi sempre l’insegnante è rimasto indifferente; il 27 per cento aggredito, a parole o a fatti. Lo dice la ricerca della Regione Toscana “Omofobia e servizi pubblici: scuola sanità sicurezza”. L’Italia, una volta tanto, non sfigura: il segretario generale del Consiglio d’Europa, Terry Davis. ha detto: «L’omofobia cresce in Europa, e spesso sono le istituzioni a diffondere intolleranza e disprezzo». Chissà se si riferiva anche a Pier Gianni Prosperini (An), secondo cui »per i gay ci vuole la garrota» o a Paola Binetti (Margherita), che considera l’omosessualità «una devianza della personalità». O alla risoluzione del Comune di Verona che nel ‘95, giunta Sironi, lo impegnava a non deliberare in modo da “parificare i diritti delle coppie omosessuali a quelli delle famiglie naturali”: mai modificata, neppure dalla successiva giunta Zanotta, di centrosinistra. In ogni caso, a fine ottobre la Commissione Europea ha deciso di elaborare una Direttiva contro ogni discriminazione, compresi i soggetti glbt (gay lesbiche bisex transgender). Tornando in Italia, nella violenza, sono coinvolte formazioni neofasciste», lo ha ribadito Aurelio Mancuso, presidente nazionale di Arcigay. Un ennesimo esempio? «L’invito” di Forza Nuova ai nostri associati a non celebrare il Pride a Catania» (abbiamo cercato i vertici di Forza Nuova, ma la segreteria del movimento non ci ha messo in contatto con loro). Qualche mese fa, Mancuso ha chiesto al ministro dell’Interno Amato di «mettere fuori legge tutti i movimenti organizzati che si richiamano al fascismo», senza risultati. In compenso, il 17 ottobre «la Commissione Giustizia della Camera ha votato all’unanimità lo stralcio del pacchetto antiviolenza e la decisione di avviare la discussione su stalking ed estensione dei reati d’odio, previsti nella legge Mancino, anche per quelli contro le persone omosessuali. Se i capogruppo della Camera daranno il via libera, la Commissione potrà discutere e approvare i provvedimenti senza passare dall’aula, velocizzando di molto l’iter». Dice Trentini: «I reati hanno acquistato visibilità, anche se non tutti si sentono di fare una denuncia che equivale a un coming out. I pestaggi sono opera anche di bande improvvisate, che obbediscono a un impulso del momento». Luoghi a rischio? «In passato pensavamo il Centro-Sud, ma non è più così. È da sfatare anche il mito della città più tollerante del paesino». Due estati fa, in Versilia. una ragazza è stata stuprata perché lesbica. «Quest’anno la situazione è stata tranquilla. Certo, è una zona dal forte turismo gay. E la visibilità indispettisce»Tanto è vero che, spiega Cristina Gramolini, segretaria nazionale di Arcilesbica, «noi siamo parecchio prudenti. Anzitutto in quanto donne, quindi più esposte, e poi in quanto sessualmente non disponibili per l’uomo, anzi, portatrici di una sessualità non approvata». E che lo esclude: «Gli adolescenti chiamano “lesbiche’ le ragazze che rifiutano ìl corteggiamento».
Lo stigma si fa sentire di più «nei piccoli centri: molte si trasferiscono in città, sia dei Nord che del Sud». Anche per le donne sono a rischio i luoghi dove si è in tante e riconoscibili. «Le sedi della nostra associazione spesso non hanno insegna. Ma chi vuole colpirci sa di trovarci a concerti, discoteche, manifestazioni».
Aggressori politicizzati o no? Gramolini sottolinea come «più i movimenti sono antidemocratici e inclini alla forza, più costituiscono una minaccia per noi».
Situazione durissima per le trans. Fabianna Tozzi, presidente nazionale dì Crisalide AzioneTrans, non salva la città né il paese, il Nord né il Sud. «Qualsiasi dato è molto parziale: poche le denunce rispetto al reale fenomeno». Vittime, soprattutto le trans che si prostituiscono, «neppure considerate persone». Carnefici «i gruppi di estrema destra, ma anche gli insospettabili».
Non sono i soli colpevoli: ci sono i politici e la Chiesa. Per Trentini, «l’inasprirsi del dibattito sui diritti civili fa aumentare l’avversione». Gramolini accusa «chi parla di omosessualità come sciagura, di pericolo per la società. Qualcuno prende queste parole come un’esortazione ai fatti». «Il movimento transgender fa grandi passi», osserva Tozzi, «e questo irrita molti. In più la politica, non solo di destra, ha colpe gravissime. I discorsi di alcuni politici armano la mano di chi ci odia».
A questa decisione è giunto un ragazzino di 12 anni che, per mostrare la sua “virilità” alle reiterate offese del compagno, ha reagito con una scazzottata.
Un “regolamento” di conti tra adolescenti, uno dei quali è finito in ospedale. La vicenda è iniziata subito dopo l’avvio dell’anno scolastico. Un ragazzo, mostrando ai compagni la propria “mascolinità” ha più volte invitato il coetaneo a fare la stessa cosa. La vittima, di appena 12 anni, si sarebbe sempre rifiutata di eseguire gli “ordini” del compagno che più volte, alla presenza dei coetanei, si è definito “maschio”. Richieste strane sarebbero state avanzate dal piccolo “bullo” alla vittima. “Mi chiama femminuccia e mi ha sempre chiesto di abbassarmi i pantaloni e mostrare gli slip rosa. Mi dice che sono gay” avrebbe lamentato il ragazzino ai genitori tutte le volte che finiva nelle grinfie del compagno. In più occasioni sarebbe ritornato a casa in lacrime. Vani sarebbero stati i solleciti dei genitori avanzati al dirigente scolastico ed agli insegnanti al fine di richiamare all’ordine il “bulletto”. Stanco delle angherie e delle ingiurie che il compagno gli avrebbe spesso rivolto, la vittima da solo ha cercato di fare chiarezza e che la persona definita “gay” non era senz’altro lui.
Con un po’ di coraggio, dettato anche da un sorta di ribellione interna che covava da diversi giorni, il ragazzino si sarebbe scagliato contro il “bullo” quasi a voler dimostrare il contrario. Messa da parte la ferrea educazione impartita dai genitori il dodicenne durante l’ora di ricreazione, approfittando della momentanea assenza dell’insegnante, ha reagito all’ennesima provocazione ed ha avuto uno scontro con il “bullo”. Una scena alla quale hanno partecipato i compagni di classe che per un attimo sono rimasti attoniti nel vedere che il dodicenne, che si è sempre distinto per educazione, stava reagendo alle angherie avanzate per l’ennesima volta dal compagno di classe.
Era un giovane universitario come molti, ma con tanti disagi in più. Il ragazzo di 22 anni che si è ucciso lanciandosi sotto un treno della metro A la sera del 12 novembre, era gay, una condizione che, per una sua stessa testimonianza lasciata prima di morire via sms, non accettava.
Il giovane era uno studente di economia aall’università di Tor Vergata e si chiamava Claudio. La sera del suo suicidio ha inviato un sms ad alcuni suoi amici in cui dichiarava la sua condizione. Lo ha reso noto Fabrizio Marrazzo, presidente dell’Arcigay di Roma esprimendo vicinanza alla famiglia e agli amici. “Purtroppo quanto è avvenuto – afferma Marrazzo – è la conferma dell’insopportabile clima di omofobia del nostro Paese. Le vite delle persone lesbiche, gay e trans sono rese difficilissime. Se Claudio, un ragazzo di 22 anni ha scelto di privarsi della sua vita, abbiamo il dovere di riflettere e di capire”.
Roma continua ad essere terreno di caccia di bande più o meno organizzate che picchiano e minacciano gay, lesbiche e transessuali.
L’ultimo episodio è stato perpetrato ai danni di tre ragazzi gay la notte di Halloween. I tre ragazzi, usciti da poco dalla serata Muccassassina, erano alla Stazione Termini e, in attesa di tornarsene a casa, erano alla ricerca di un bar dove fare colazione.
Mentre scendevano le scale mobili sono stati raggiunti ed accerchiati da un gruppo di ragazzi italiani che hanno apostrofato i tre ragazzi con epiteti offensivi. Nonostante ciò i ragazzi hanno mantenuto la calma ed hanno tentato di allontanarsi ma uno del gruppo ha bloccato loro la strada ed ha preso a cazzotti uno dei tre. A quel punto con un cellulare è stato chiamato il 113 che è intervenuto ed è riuscito a bloccare tre dei componenti del gruppo. Nel frattempo il ragazzo gay picchiato è stato medicato al Pronto Soccorso della Stazione Termini con un referto di 7 giorni di prognosi.
La consulente legale del Circolo Mario Mieli si è già attivata per sostenere i tre ragazzi.
Non è purtroppo il primo caso di violenza nei confronti di gay che ci viene segnalato. Il centralino del Circolo Mario Mieli riceve molto spesso telefonate di questo tenore che a volte si risolvono in minacce verbali ed insulti offensivi, ma che spesso invece, soprattutto negli ultimi tempi, sfociano in veri e propri raid violenti ed omofobi.
Il Circolo di Cultura Omosessuale Mario Mieli è presente sul territorio dal 1983 con un servizio di ascolto, aiuto e sostegno a gay lesbiche e transessuali completamente autofinanziato. Il centralino del Circolo è attivo dal lunedì al venerdì dalle ore 10 alle ore 18.
Siamo sempre in prima linea per combattere episodi di questo tipo. Il Circolo è da anni presente nelle scuole superiori con incontri sul bullismo e sull’omofobia, ha un servizio di consulenza legale ed un consultorio psicologico dove spesso gay, lesbiche e transessuali riportano episodi di minacce, violenze, bullismo e mobbing. Solo attraverso interventi strutturati nelle scuole, nei posti di lavoro ed anche in luoghi apparentemente scevri da questi problemi (i luoghi di aggregazione giovanile e a volte anche la stessa famiglia) potrà essere scardinata una matrice culturale che vede il diverso come una minaccia anziché una ricchezza e tenta di eliminarlo o di omologarlo.
L’ultimo oltraggio, Paolo Seganti, ragazzo omosessuale ucciso la notte dell’11 luglio 2005 nel parco delle Valli nel quartiere Montesacro a Roma, l’ha subito da morto.
La targa a lui dedicata è stata sfregiata l’altra notte con la scritta “frocio di merda”. Un gesto omofobo e volgare che si commenta da sé.
Duri i commenti delle associazioni gay romane. “Si tratta di un comportamento oltraggioso che offende tutta la comunità lesbica, gay e trans”, ha dichiarato Fabrizio Marrazzo di Arcigay Roma. E il Circolo di Cultura Omosessuale Mario Mieli ha chiesto al sindaco della Capitale “di farsi carico di questo problema e di dar vita al più presto e senza indugi a una campagna contro l’omofobia. Ci rivolgiamo direttamente a Veltroni, ora anche per il suo ruolo di segretario del principale partito di governo, affinché prenda l’impegno di far approvare quanto prima una legge contro le discriminazioni per orientamento sessuale”.
Due egiziani hanno violentato nel Parco Lambro di Milano un giovane incontrato per caso, il quale si era sottratto prima alla richiesta di una sigaretta, poi ad un rapina.
La violenza sessuale subita dal govane italiano pare essere stata particolarmente violenta e il ragazzo è ancora sotto shock.
- 4 Ottobre 2007: Lanciano, FN: “Fermare l’avanzata finocchia a calci e pugni!”. E voi come la fermereste “l’avanzata finocchia”? Avete capito bene: avanzata finoccchia.
A “calci e pugni”, la fermereste? Oppure “chiedendo scusa col ditino in bocca”? I militanti di Forza Nuova di Lanciano non hanno dubbi: secondo un sondaggio lanciato sul forum del sito http://www.fnlanciano.it , l’81% di loro sceglierebbero i “calci e pugni”, tanto per non smentirsi.
Trattasi di istigazione a delinquere o scherzo di cattivo gusto? Vallo a capire. Perché se è vero che le parole (e persino gli insulti) conservano un senso e se alcuni avventori del forum si divertono a spiegare che «i finocchi non si combattono…. si cuociono … in forno», preferibilmente a un temperatura non inferiore ai «250 gradi» (l’ironia dei neofascisti è talmente sottile), è pur vero che altri mettono le mani avanti e giurano che non si riferiscono mica ai gay, dio non voglia; semmai parlano, nel loro gergo si capisce, di «idioti».
Comunque stiano le cose l’associazione GayLib lancia l’allarme: «Terremo la situazione sotto controllo – dichiara il presidente Enrico Oliari – con la speranza che lo facciano anche le istituzioni e nella fattispecie telematica la polizia postale. Istigare alla violenza è un reato per reprimere il quale va applicata e ampliata, altro che abrogata come chiede proprio Forza Nuova, la legge Mancino del 1993 contro la discriminazione, odio o violenza per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi».
Il comitato provinciale Arcigay “La Giraffa” denuncia un nuovo grave episodio omofobo avvenuto a Pistoia negli ultimi giorni: due macchine con in tutto 7 ragazzi a bordo hanno organizzato delle ronde di tipo squadrista in un noto luogo di incontro dei gay a Pistoia, minacciando ed intimidendo un piccolo gruppo di ragazzi e ragazze omosessuali.
“Capita abbastanza spesso che vengono dei ragazzini a provocarci, ma si tratta di ragazzate” dice Guido del Fante Vice presidente dell’Arcigay, “In questo caso però la storia era molto diversa: in una macchina circolavano quattro giovani dal muso duro lanciando delle vere e proprie sfide e bloccando addirittura le altre auto. In una seconda macchina, rimasta appartata, erano appostati tre ragazzi per coprire le spalle ai provocatori.”
“Fortunatamente questo episodio non ha avuto conseguenze anche perché nel momento in cui gli omofobi erano scesi dall’auto per affrontare i nostri tre soci, è arrivato un gruppo di nostri iscritti e di amici del circolo Ho Chi Minh avvertiti col cellulare. Vedendosi di fronte non a pochi inermi, ma ad un gruppo nutrito di persone gli squadristi sono fuggiti a gambe levate” aggiunge Daiana Leporatti, Presidente del Comitato Provinciale.
Alle due volanti dei carabinieri, arrivati pochi attimi dopo, sono stati forniti i numeri di targa delle macchine, senza poter però rilevare i dati anagrafici di che era a bordo.
Matteo Marliani, attivista pistoiese del movimento gay, rilancia: “Invito le amiche lesbiche e gli amici gay ad armarsi non più di buone parole e di buone intenzioni, ma di oggetti da autodifesa, come lo spray antiaggressioni o altro”, mentre il Presidente Regionale di Arcigay, Bert d’Arragon, invita le istituzioni ad intervenire: “Il preoccupante moltiplicarsi di episodi di omofobia e di rigurgiti neofascisti in tutta la Toscana non devono essere assolutamente sottovalute. Basta pensare che a Pistoia si sono visti gruppi neofascisti provenienti da Siena e da Lucca e ora anche da Prato, dove la questione dell’Interporto, anche a causa dell’assordante silenzio del Comune e della Prefettura, sta dando un terreno fin troppo fertile per episodi del genere. Infatti, le due macchine intervenute a Pistoia sono intestate a persone di Montemurlo, probabilmente genitori dei giovani, forse ignari della deriva squadrista in cui sono piombati i loro figli. Chiederemo un incontro urgente con le autorità pistoiesi e pratesi per non prolungare ancora la pericolosa sottovalutazione di questi episodi.”
Dopo una lite con il buttafuori hanno pensato bene di lanciare una bottiglia molotov che pero’ non e’ scoppiata, e che poi e’ stata fatta cadere in un laghetto poco lontano. E’ accaduto poco dopo mezzanotte, allo ‘Chalet’ dei Giardini Margherita.
Tre ragazzi, Marco Dattisi, bolognese di 25 anni, Jari Testoni, bolognese di di 29 e Carlo Spazzoli, ventiduenne originario di Enna e residente a Ravenna, ma di fatto domiciliato a Bologna, tutti e tre con piccoli precedenti volevano infatti entrare nel locale, dove era in programma una serata gay. Erano pero’ in visibile stato di ebbrezza e il buttafuori, un bulgaro di 25 anni, non li ha fatti entrare. Ne e’ nata una discussione con minacce.
Dopo due ore uno di loro, il bolognese di 29 anni, ha tirato contro il buttafuori una bottiglia molotov ed e’ stato bloccato dalla vigilanza del locale, gli altri due sono scappati, inseguiti dal bulgaro. Sono pero’ stati intercettati da una Volante che, poco lontano, stava facendo i controlli con l’etilometro e sono stati fermati. Nella macchina di uno dei tre e’ stato trovato anche un ‘pungolo’, un generatore di scariche elettriche ad alto voltaggio.
Sono stati arrestati e dovranno rispondere in concorso delle accuse di strage, porto abusivo di materiale esplodente e minacce gravi. Il Pm Antonello Gustapane, titolare del fascicolo a carico dei tre, chiedera’ martedi’ la convalida dell’arresto e la custodia cautelare in carcere con le accuse di tentato omicidio (o in alternativa lesioni), aggravato dai futili motivi, dalla premeditazione e dall’utilizzo di congegno micidiale.
- 12 Agosto 2007: Treviso, Gentilini: “Pulizia etnica contro i culattoni”. C’è bisogno di iniziare una “pulizia etnica contro i culattoni”. Con queste parole durissime Giancarlo Gentilini, prosindaco leghista di Treviso, ha dichiarato guerra agli omosessuali. Colpevoli di aver trasformato il parcheggio di via dell’Ospedale in un luogo di incontro dove si consumano rapporti sessuali, suscitando le proteste degli abitanti della zona. “Darò subito disposizioni alla mia comandante dei vigili urbani affinché faccia pulizia etnica dei culattoni – ha detto ai microfoni di Rete Veneta l’ex sindaco sceriffo della Lega, riportano oggi i quotidiani locali – Devono andare in altri capoluoghi di regione che sono disposti ad accoglierli. Qui a Treviso non c’è nessuna possibilità per culattoni e simili”. Gentilini è famoso per essere stato più volte protagonista di polemiche infuocate, l’ultima delle quali dopo il pestaggio dell’onorevole Vladimir Luxuria da parte della polizia russa. A tenere banco soprattutto le sue dichiarazioni sugli extracomunitari, che aveva definito “perdigiorno”, suggerendo che “i gommoni degli immigrati devono essere affondati a colpi di bazooka”. E adesso ha annunciato un “giro di vite” contro gli omosessuali e gli scambisti. “Useremo la videosorveglianza per stroncare il via vai di scambisti”, denunciato dagli abitanti nel parcheggio “a luci rosse”, dove è stata segnalata anche la presenza di prostitute. “Darò disposizione di rinforzare le telecamere. Ma a me interessa piuttosto fare i controlli mirati – ha detto ancora Gentilini -. Quando la mia polizia vigilerà per la zona ci sarà un fuggi fuggi generale”. Per il sindaco di Treviso Giampaolo Gobbo, le dichiarazioni del prosindaco “non sono preoccupanti. E’ il suo modo di essere. Lui parla sinceramente, con un linguaggio concreto che tutti capiscono. In questo caso si parla di decoro pubblico e noi cerchiamo di spostare gay, prostitute, coppie omosessuali o eterosessuali, fa lo stesso, che si scambiano effusioni sotto gli occhi di tanta gente”. Un problema, spiega Gobbo, di dimensione nazionale, “e infatti ci stiamo attivando perchè venga cambiata la legge Merlin. Bisogna riaprire le case chiuse e creare quartieri a ‘luci rosse’ come succede nel resto d’Europa: garantiscono protezione sanitaria e tasse pagate”.
È morta Stefania, la transessuale di 35 anni aggredita lunedì notte nel suo appartamento romano di via Adelaide Ristori ai Parioli. Dopo l’accertamento della morte cerebrale, è stato staccato il respiratore artificiale. A darle l’ultimo saluto in ospedale sono accorsi al policlinico Umberto I i genitori e gli amici.
La transessuale era stata ricoverata in condizioni molto critiche al reparto di rianimazione del Policlinico. Le sue condizioni si sono aggravate nelle ultime ore e i medici non hanno nascosto che il quadro clinico appariva “disperato”.
Ora saranno gli investigatori a dover far luce su questo giallo. Per tutta la giornata gli agenti della squadra mobile hanno ascoltato gli amici e i conoscenti di Stefano C., “Stefania” per tutti, era stata trovata da un uomo che abitava a via Ristori e che, molti anni prima, aveva avuto una relazione con “Stefania”. la transessuale era vestita, riversa in una pozza di sangue sul suo letto, col cranio sfondato. Dalla casa, messa sottosopra in un disordine indescrivibile, mancavano le carte di credito e un pc portatile, ma non il portafogli e il cellulare.
Chi ha portato via il computer, quasi sicuramente, voleva far sparire una traccia, probabilmente uno scambio di e. mail con l’aggressore visto che l’ipotesi di una rapina, a una prima valutazione, non regge. Forse “Stefania” aveva conosciuto l’aggressore su una chat o su un sito specializzato. A questo punto qualche elemento importante potrebbe arrivare dai tabulati del cellulare e del telefono della vittima.
Ma l’aggressore non si è limitato a colpire alla testa. Sul corpo di Stefania c’erano anche i segni di violentissime percosse. Gli investigatori dovranno chiarire se si è trattato di un raptus o di una aggressione premeditata.
Secondo le prime deduzioni del medico legale, Stefania è stata aggredita alle spalle da qualcuno che l’ha colpita alla testa con un oggetto pesante (che gli investigatori non hanno ancora individuato) e gli ha sfondato il cranio. Nessuno, nel palazzo, avrebbe sentito rumori di lotta o di mobili spostati.
“Nessun rumore e nessun movimento sospetto”, ha detto il vicequestore Francesca Monaldi, dopo aver parlato con i vicini, che parlano di “una splendida ragazza bruna, coi capelli lunghi, estremamente educata e gentile con tutti”. Insomma “una bellissima persona, sia come uomo che come donna”.
Avevano già ricevuto biglietti con delle minacce. A qualcuno, evidentemente, la loro unione non piace. Il loro unico torto è quello di essere omosessuali e di vivere insieme. Non avevano dato molto peso a quegli inviti ad andarsene, agli insulti ripetuti per il solo fatto di essere gay, e avevano continuato a vivere normalmente la loro relazione. Senza dare nell’occhio e senza dare fastidio a nessuno.
Evidentemente, però, c’è chi ha fatto dell’intolleranza la sua bandiera e non contento delle minacce è passato alle vie di fatto. E così la notte scorsa l’auto di Mario e Francesco è stata incendiata nella zona del quartiere Isonzo – R/6. Un episodio che stava per essere archiviato come un normale incendio, forse un semplice screzio, e dietro al quale si cela invece questa assurda vicenda. I vigili del fuoco avrebbero trovato materiale infiammabile, cosa che conferma il dolo nell’incendio, mentre i carabinieri stanno svolgendo accertamenti sulla vicenda.
L’episodio si è verificato in piena notte tra venerdì e ieri, le fiamme hanno praticamente distrutto la Peugeot utilizzata normalmente dalla coppia, e nella zona l’arrivo dei vigili del fuoco non è passato inosservato. Si è capito subito che si trattava di un atto diretto contro i due omosessuali che vivono nella zona. Un gesto che non trova spiegazioni se non nell’intolleranza che qualcuno ha nei confronti delle coppie gay.
I carabinieri, a dire il vero, prendono in considerazione tutte le ipotesi possibili ma dati i precedenti e le scritte nei confronti dei due sembrano esserci pochi dubbi sul fatto che il movente sia da ricercare proprio nelle abitudini sessuali della coppia. Un episodio grave e che non appartiene alla cultura di Latina, dove vicende del genere non si erano mai verificate.
La bravata di qualche esagitato o qualcosa di organizzato? E’ quello che cercheranno di capire gli investigatori, i quali potrebbero essere aiutati anche dagli impianti tv dei vicini istituti di credito.
Bufera su De Corato. Al sindaco non sono piaciute le dichiarazioni del suo vice («mai più patrocini del Comune a iniziative gay») e con una secca precisazione prende le distanze: «Ribadisco, nessuna discriminazione; la giunta decide di volta in volta valutando le proposte che arrivano». Ma il vicesindaco, già redarguito dall´assessore Sgarbi, finisce nel mirino di parecchi esponenti della maggioranza. Il capogruppo di Fi Gallera: «Dichiarazioni razziste, De Corato è un camaleonte». Tiziana Maiolo: «Non siamo una giunta bacchettona, no all´omofobia». Ombretta Colli: «Quando c´ero io la Provincia ha sempre sponsorizzato il Gay Pride, dovrebbe farlo anche il Comune». Anche il capogruppo di An Fidanza si dice contro le discriminazioni («ma niente privilegi»), mentre la Lega si schiera senza se e senza ma con De Corato.
E all´indomani del Gay Pride milanese, in giunta scoppia il caso De Corato. Il vicesindaco di An è nella bufera per aver pronunciato un «mai» considerato di troppo da Letizia Moratti. «Mai più soldi e patrocini del Comune alle manifestazioni promosse da associazioni di omosessuali», era stata la promessa di Riccardo De Corato. Che non si riferiva certo al corteo di sabato (Palazzo Marino non ha mai patrocinato alcun Pride), ma ha voluto escludere che in futuro il Comune possa sponsorizzare altre iniziative come la rassegna del cinema omosessuale o i tornei sportivi promossi da gruppi gay, patrocinati ai tempi di Albertini. Il vice della Moratti precisa che le sue dichiarazioni sono «a titolo personale», ma ribadisce che «il Comune ha fatto bene a non dare il patrocinio e non dovrà darlo, parlo ancora a titolo personale, neppure in futuro».
Una precisazione considerata decisamente inopportuna dal sindaco, che pure sabato era stata duramente contestata dai manifestanti. Anche Letizia Moratti ha infatti qualcosa da ribadire: «Massimo rispetto per tutte le scelte, anche quelle che riguardano la sfera sessuale; per questo le decisioni della giunta non possono essere definite a priori, bisogna valutare di volta in volta valutando il contenuto delle proposte che ci vengono fatte, ma da parte nostra non ci potrà essere alcuna pregiudiziale né discriminazione nei confronti di nessuno». Quello del sindaco è dunque un forte richiamo al suo vice: ma è niente rispetto a quel che pensano, e dicono, altri rappresentanti della maggioranza. Ecco il capogruppo di Forza Italia Giulio Gallera: «Le dichiarazioni di De Corato sono gravi e inaccettabili; mi sembra allucinante che il vicesindaco non abbia battuto ciglio per nove anni quando la giunta Albertini concedeva patrocini e finanziamenti a rassegne e manifestazioni culturali gay e adesso esprima posizioni che non esito a definire razziste». La conclusione è al veleno: «Forse De Corato è affetto da una sindrome camaleontica, la stessa che l´ha colpito sui nomadi: prima se li voleva mangiare, poi ha fatto il buonista a Triboniano e ora è ritornato all´oltranzismo».
Lezione di catechismo con digressione omofoba, quella impartita il 26 maggio da mons.Giuseppe Matarrese,vescovo di Frascati, ad un gruppo di ragazzini in preparazione per la cresima.
Il fatto è accaduto a Montecompatri, piccolo paese in provincia di Roma,ed è stato riportato dalla agenzia cattolica Adista che da
lunedì darà un resoconto dettagliato della vicenda. Il vescovo stava parlando della famiglia,della famiglia naturale eterosessuale,quando ha sentito il dovere di spiegare il posto degli omosessuali: fuori dalla Chiesa.Una dottrina in chiaro contrasto con il magistero cattolico,visto
che le pecorelle smarrite vanno accolte. Probabilmente mons.Matarrese ha voluto parlare chiaramente,per farsi capire meglio dai giovani ragazzi.Che hanno afferrato il concetto.Una ragazzina presente al ritiro spirituale ha alzato la mano e lo ha contestato:«Secondo me non è giusto». Così ha detto: «Secondo me non è giusto perché i gay invece possono amarsi come un uomo e una donna». E qui, racconta Adista, il vescovo 73enne ha perso la pazienza, zittendo in malomodo la ragazzina ribelle chiamandola “scema” e rivolgendo un irritato “hai la capoccia vuota” ad una compagna che tentava di difendere l’amica. Peggio: mons. Matarrese si è rivolto ai genitori e al parroco pretendendo le scuse da parte dei cresimandi, minacciando di escluderli dalla celebrazione del giorno successivo. Mamme e papà preoccupati hanno tentato di convincere i figli, inutilmente. Le scuse non sono arrivate. Il vescovo ha comunque deciso di impartire la cresima ai ragazzi ribelli e agli adulti che li accompagnavano, ma si è tolto un sassolino dalla scarpa: durante l’omelia, ha parlato direttamente con i genitori invitandoli caldamente di tenere sott’occhio i figli che «evidentemente si sono allontanati dalla retta via».
“Liberazione” ha tentato di raggiungere telefonicamente mons. Matarrese, che però si trova in ritiro spirituale e non ha potuto fornire una spiegazione.
Ruiniano di ferro, il vescovo di Frascati è fratello del più celebre Antonio Matarrese, presidente della Lega Calcio, e di Vincenzo, presidente della squadra di calcio del Bari. Non ha mai fatto mistero delle sue posizioni politiche. Alla vigilia delle amministrative 2005 aveva organizzato un incontro con trenta preti della sua diocesi e il candidato regionale Francesco Storace, poi battuto da Piero Marrazzo. «Sono di destra. Che c’è di male a dire: “Votate Storace”?».
Una famiglia, i Matarrese, schierata completamente a destra: la sorella è sposata con un senatore di Forza Italia, mentre Antonio faceva parte della direzione nazionale dell’Udc ed ex segretario provinciale a Bari del partito di Casini.
L’episodio di Montecompatri non è isolato. Poche settimane fa un sacerdote del barese aveva negato la comunione ad un giovane. Un fatto sgradevole: il prete ha atteso che il ragazzo si avvicinasse durante la messa per ricevere l’ostia e lo ha allontanato dicendo apertamente e davanti ai fedeli «No, a te no perché sei gay». Il movimento gay-lesbo-trans-bisex e queer denuncia da tempo una recrudescenza dell’omofobia in Italia. Scritte xenofobe dell’estrema destra a parte, gli omosessuali si lamentano apertamente delle opinioni anti-gay espresse quotidianamente da politici ed esponenti della Chiesa cattolica.
Pochi giorni fa andava in onda sul Tg2, ha denunciato Franco Grillini, un appello di Buttiglione al movimento omosessuale perché condanni apertamente la pedofilia, «come se ci fosse una qualche continguità».
- 23 Giugno 2007: Bologna, aggressione omofoba dopo il comizio di Forza Nuova. “Frocio di merda mi fai schifo! questo uno degli insulti rivolti ai due ragazzi abbracciati”. Nei pressi del Tribunale di Bologna, in Piazza San Domenico alle 00.30 di venerdì 21 giugno, due gay che passeggiavano abbracciati, di ritorno dalla manifestazione antifascista, sono stati aggrediti verbalmente da due ragazzi, questi ultimi di ritorno dal comizio di Forza Nuova, che ha interpretato e cercato di cavalcare le pulsioni più profonde, xenofobe e omofobe, di questa città. Vestiti di nero, con fare minaccioso e violento, i neofascisti li hanno apostrofati con queste frasi: “Frocio mi fai schifo!”, “Frocio di merda!”, “Non sei di qui, tornatene da dove sei venuto!”. E via i calci.
Ecco, in poche parole, sintetizzata, la formula escludente, di rifiuto dell’altro, di odio, di chiusura a cui Bologna si sta abituando. Un odio che si alimenta e cresce ogni giorno, complici i messaggi gravissimi che formazioni neofasciste (come Forza Nuova) come anche le degradanti affermazioni di Vaticano e vescovi diffondono. Messaggi di rifiuto, volti a isolare i corpi alieni, per esporli alla violenza. Una violenza che anche ieri sera stava diventando fisica, con il calcio di uno degli aggressori che solo la prontezza e la consapevolezza di Cesare e Riccardo ha fermato, arginando così la tentata aggressione. Indifferente la pattuglia di Carabinieri fermata immediatamente dagli aggrediti, che alla richiesta di intervento ha risposto: “fate denuncia”, senza nemmeno identificare gli aggressori. Una pratica di copertura delle frange più violente della destra che abbiamo già visto il 28 giugno 2006 a Catania, dove la Questura permise ai neofascisti di Forza Nuova, armati di spranghe e bastoni, di bloccare il corteo del Pride. Però Cesare e Riccardo non sono due ragazzini spauriti ma adulti e consapevoli. Tornavano dalla manifestazione antifascista e desiderante che, con coraggio, ha sfidato il buon senso di Bologna, opponendo al suo attuale impoverimento culturale e sociale la sfida di crescere, di farsi mondo, di aprirsi alla diversità che la attraversa e costituisce. La comunità lesbica, gay, trans, queer, i centri sociali, i percorsi di
migliaia di studenti e migranti, alimentano quotidianamente la ricchezza sociale e culturale di Bologna, facendone una capitale internazionale e un modello da imitare. Pertanto denunceremo con forza episodi di odio omofonico e razzista come quello di ieri sera, che molto spesso sono passati sotto silenzio o derubricati a questioni di ‘ordine pubblico’ e non mancheremo di controbattere al clima d’odio, di repressione e di censura fomentato ad arte dalle gerarchie vaticane e dai loro epigoni locali.
Sottoponiamoli a verifica, visto che hanno voluto terminare la loro chiassosa marcia dove si era svolto il family day. Al gay pride hanno partecipato certamente dei giovani, ma non erano il futuro dell’Italia, perché non avevano bambini. Hanno occupato la piazza oggi, ma non l’occuperanno domani, perché non avranno un domani.
Le loro provocatorie rivendicazioni sono prive di prospettiva, la loro richiesta di accedere al matrimonio si risolve nella delegittimazione del patto più impegnativo e fruttuoso tra esseri umani. Viene delegittimata così l’intera società politica, si cede al disfacimento del patto sancito dalla costituzione repubblicana.
C’è ancora chi pensa, irenicamente: «Vogliono sposarsi con persone dello stesso sesso? Ne hanno diritto».
Addirittura ci sono uomini di governo che fingono di non avvedersi dell’impossibilità di convivere in una società senza regole e dell’immoralità insita nel relativismo spacciato per pluralismo. Reagisca almeno l’opinione pubblica a questa ottusità, non limitandosi a scuotere la testa per le scritte oltraggiose, e affrontando di petto la questione del nostro futuro.
Vivere alla giornata giornata non è degno di un paese civile, evadere dalle responsabilità per timore di essere accusati d’omofobia non è da persone mature. Reagiscano gli uomini di pensiero, esprimano il loro sdegno le aggregazioni in cui si esprime la naturale solidarietà umana. Minimizzare e tacere equivale a pregiudicare le libertà civili.
Lo stravolgimento del matrimonio è un attentato alla dignità umana e l’acquiescenza alla disumanizzazione porta alla perdita della libertà.
Santo Padre, ho l’onore di conoscerla di persona e attraverso i suoi scritti da molti, molti anni. E so bene quali siano le Sue doti non solo d’intelligenza e di carità cristiana, ma di comprensione e di tolleranza…
Quando prefetto della Congregazione della Dottrina della Fede Lei ha promosso, nella piena riaffermazione della dottrina morale della Chiesa, comune anche alle altre grandi religioni monoteiste circa l’oggettivo e intrinseco grave disordine delle relazioni omosessuali, già definite dai catechismi cattolici come «peccati che gridano vendetta al cospetto di Dio», ha promosso documenti dei Vescovi e della stessa Congregazione che prescrivono il dovere di ogni cristiano di rispettare la dignità delle persone omosessuali.
Le scrivo questa lettera per chiederle scusa, oltre che a Lei come Vescovo di Roma, come a cittadino elettivo di questa città che La ospita da oltre venticinque anni. Le chiedo scusa per le offese che sono state recate alla Chiesa di Roma, ai suoi simboli e ai suoi principi, e direttamente alla Sua persona da parte dei partecipanti di una manifestazione priva di decoro e di dignità.
Io le chiedo scusa come semplice cittadino di questa città e come cattolico, cattolico liberale che crede fermamente nella libertà e nella civile tolleranza, ma «cattolico infante» che, anche se un giorno ricoprì quasi occasionalmente alcune cariche rappresentative dello Stato, nessuna influenza ha né alcun ruolo riveste ormai più nella vita politica e istituzionale del nostro Paese, ma che come cittadino di uno Stato democratico ha il diritto di rammaricarsi per l’offuscamento nella vita italiana per quelli che sono stati i valori storici fondanti della nostra comunità nazionale, il riconoscimento del cui carattere fondamentale fece scrivere a un grande filosofo laico e liberale un saggio dal titolo: Perché non possiamo non dirci cristiani.
Questa lettera aperta di scuse gliela avrebbe dovuta forse scrivere il Presidente del Consiglio dei ministri, cattolico e «cattolico adulto»: ma egli, e lo comprendo, non può perché ritiene che la politica e la religione debbano essere non solo distinte ma separate, e che ciò debba valere anche sul piano della buona educazione, perché il suo Governo ha dato il suo patronato a questa carnascialesca e volgare manifestazione e tre suoi ministri vi hanno partecipato insieme a leader di partiti della sua coalizione di governo, e infine perché coloro che vi hanno partecipato sono suoi elettori e suoi sostenitori. Credo vi abbia partecipato in nome della laicità anche un manipolo di «cattolici democratici».
Questa lettera aperta di scuse gliela avrebbe dovuta scrivere il Sindaco di Roma, non cattolico, ma molto ossequioso verso la Chiesa e soprattutto verso i vescovi, i sacerdoti, i religiosi e le religiose che sono elettori nel Comune di Roma; ma non può perché anche suoi elettori e suoi sostenitori sono i partecipanti della sfilata dell’altro giorno. Ma anche se io non rappresento altri che me stesso, ed è assai poco – anche se penso che molti romani, cattolici o no, almeno in nome della buona educazione e dello spirito di ospitalità la pensino come me -, sono certo che vorrà accettare queste scuse da un tempo suo affezionatissimo amico (il teologo anche se cardinale era una cosa, per me «cattolico infante» il Papa è un’altra cosa!) e Suo devoto fedele.
“Alla sfacciata arroganza con la quale Pezzotta si indigna per i pochi atteggiamenti a suo dire ‘irrispettosi’ nei confronti della sua Chiesa, rispondiamo in maniera netta e precisa, ricordandogli che la Chiesa che egli tanto difende ci ha dato dapprima degli ‘innaturali’, poi ci ha accostato ai ‘pedofili’ e poi ci ha detto, anche attraverso i suoi portavoce governativi e non, che non possiamo essere titolari di diritti come gli altri cittadini e cittadine della Repubblica”.
Il circolo Mario Mieli respinge al mittente le critiche arrivate al Gay pride di sabato dal portavoce del Family day, Savino Pezzotta, che aveva accusato i partecipanti al corteo di aver “profanato” piazza S. Giovanni.
“Vergognoso poi- aggiungono gli organizzatori del pride di Roma- il parallelismo che egli compie tra azione e reazione: tanto piu’ esibizionistico e’ l’omosessuale che offende il sentire comune, tanto piu’ giustificabile e’ l’incontrollabile reazione omofobica che ne deriva”.
In questo modo egli svolge “un’opera di incitamento alla frangia piu’ conservatrice, fascista e nazista, che gia’ tenta da sola di intimidirci con
atti vandalici come quelli dei giorni scorsi”.
Il governo, che aveva dato il proprio patrocinio alla manifestazione, ora deve fare i conti con le polemiche interne provenienti dall’area dei cosiddetti «teodem», il fronte del centrosinistra più vicino al Vaticano, ma anche con la reazione negativa degli stessi promotori della kermesse – un coordinamento che raggruppa una quarantina di associazioni gay e lesbiche italiane -, che hanno deciso di rinunciare alla «sponsorizzazione» dell’esecutivo dopo le puntualizzazioni arrivate dal ministro per le Pari opportunità, la ds Barbara Pollastrini. La quale, a fronte delle critiche arrivate dai settori cattolici della maggioranza – che nel patrocinio vedevano una sorta di adesione alla piattaforma politico-programmatica della manifestazione, che prevede tra l’altro il sostegno alla battaglia per il riconoscimento dei Di.co, le nuove norme per la tutela delle coppie di fatto -, aveva precisato che la concessione del patrocinio all’iniziativa romana non impegnava l’esecutivo a sposarne anche la linea programmatica.
In quel copione c’era una parola di troppo: «lesbica». Marco Grilli, 10 anni di teatro e una laurea in sociologia in tasca, non se l’aspettava. «Finire come Pasolini nel 1955 con “Ragazzi di Vita”. Glielo giuro: ancora adesso mi sembra uno scandalo». Ha lavorato un anno per mettere in scena uno spettacolo teatrale con la classe terza della media Manzoni di Nichelino. Invano. La recita è saltata alla vigilia dell’esordio. C’era un parola di troppo, «una parolaccia per dirla con le parole del preside» che ha mandato tutto a monte.
A pagina 4 del copione scritto dagli alunni si legge «lesbica». Troppo forte, anche nella città del Gay Pride, per andare in scena. E allora tutti a casa, senza siparietto. Poteva finire in sordina, perché in fondo i ragazzi hanno gli esami di licenza media e di esporsi non ne volevano sapere. E invece no. Perché Marco Grilli, incaricato dall’assessorato all’istruzione di Nichelino di aiutarli nella redazione del progetto teatrale, ha deciso di fare outing. «E’ assurdo – dice – che nel 2007 ci siano ancora ragionamenti medioevali di questo tipo. I ragazzi ci sono rimasti malissimo. Da attori si sono trasformati in protagonisti della storia».
Il copione parla di una coppia di ragazze, che viene discriminata dai coetanei per i loro gusti omosessuali. Le due giovani arrivano in un hotel, d’estate, al mare. Nell’albergo ci sono anche due ragazzi che le corteggiano a lungo, ma invano. La trama ha una svolta quando la donna delle pulizie scopre nella stanza delle ragazze alcune loro foto. A dir suo sono scandalose. «Scopre che le due sono lesbiche – spiega Grilli – e nell’hotel scoppia lo scandalo». Sono stati gli stessi studenti a scegliere il tema da affrontare con il sostegno di un’insegnante. Ha seguito passo passo la realizzazione dello spettacolo e pare ci sia rimasta altrettanto male del forfeit inatteso. Si sono visti a scuola una volta la settimana, tre ore per volta. «Ci credevano tanto in questo progetto» spiega il consulente teatrale. «Mi avevano detto che l’episodio narrato era accaduto ad alcune loro coetanee e volevano sensibilizzare la gente su un tema attuale e grave allo stesso tempo».
L’impianto scenico è andato in tilt giovedì scorso. Il preside avrebbe chiamato l’insegnante di riferimento: «Questo tema è troppo forte per dei ragazzi di terza media, soprattutto le classi coi ragazzini più piccoli potrebbero reagire male». E’ questa «censura» che ha fatto imbestialire Marco Grilli, tanto da scrivere a Wladimir Luxuria, parlamentare pirotecnico di Rifondazione Comunista.
La risposta dalla segreteria dell’onorevole che difende i diritti omosessuali è arrivata subito: «La preghiamo di inviarci più particolari possibili di questa vicenda, per riuscire a formulare in tempi brevi un’interrogazione parlamentare». Per Marco Grilli è una liberazione: «anche perché – dice – sentirsi trattato come uno che vuole provocare quando invece l’obiettivo era di parlare di temi attuali, senza offendere il pudore di nessuno, mi è sembrata anche un’offesa bella e buona allo specifico ruolo del teatro, che deve aiutare a creare informazione e cultura della tolleranza. Siamo tornati indietro». Pasolini docet.
Roma. Lui è gay e il padre lo picchia e lo caccia di casa. È la storia di Aldo, arrivato in Arcigay a Roma tramite la Gay Help Line 800 713 713, il numero gratuito per le persone lesbiche, gay e trans gestito da Arcigay. A raccontarla è proprio l’Arcigay di Roma, spiegando che Aldo da circa un anno frequenta il welcome group dell’associazione, ossia il gruppo di confronto e supporto per i giovani gay della Capitale.
«Circa due mesi fa – spiega l’associazione – il padre aveva ascoltato la telefonata del figlio al proprio ragazzo, e aveva reagito duramente con varie minacce, fisiche e verbali, per poi decidere di portarlo da uno psicologo al fine di `guarirlo´ dalla propria omosessualità. Dopo i primi incontri lo psicologo ha chiarito ai genitori che il figlio non doveva guarire in quanto l’omosessualità non è una malattia» ed è stato allora, racconta Arcigay, che «il padre ha picchiato il figlio anche con l’uso di un bastone e ha minacciato di cacciarlo di casa, in quanto ormai Aldo ha 18 anni».
«Il caso di Aldo ci fa capire quanto ancora i nostri adolescenti sono costretti a subire dalle proprie famiglie – dichiara Fabrizio Marrazzo Presidente Arcigay Roma – che come quella di Aldo hanno partecipato anche al family day per chiedere più tutele per le famiglie ed il non riconoscimento delle famiglie gay, ma in questo caso sono proprio loro a non tutelare il proprio figlio impedendogli di vivere serenamente la propria adolescenza.
«Volevo soltanto informazioni su eventuali treni speciali o sconti per il Gay Pride a Roma, dai ferrovieri in servizio allo sportello ho invece ho ricevuto insulti e atteggiamenti discriminatori. Neppure la polizia ha purtroppo dimostrato sensibilità». La denuncia arriva da Fabio Busana, 20 anni, operaio di Villadossola, già fondatore e presidente provinciale dell’Arcigay, che ha segnalato l’episodio al coordinamento Torino Pride per valutare le azioni di intraprendere. E la riposta non si è fatta attendere.
La portavoce Roberta Padovano, ha subito inviato una lettera di segnalazione a Trenitalia, chiedendo anche all’azienda di organizzare corsi di comportamento sui temi dell’omosessualità per i propri dipendenti. «Riteniamo che sensibilizzazione e denuncia pubblica, più che le azioni giudiziarie, siano in certi casi strumenti più efficaci contro ogni forma di discriminazione», spiega Padovano. Ne è convinto anche Fabio Busana, che nel frattempo è uscito dall’Arcigay e ha fondato il «Glbtq», Movimento Gay lesbiche bisessuali transessuali e queer, con sede legale a Villadossola.
Maurizio Oldani non ce l’ha fatta ed è deceduto ieri senza mai aver ripreso conoscenza in ospedale, dove era stato ricoverato dopo essere stato rinvenuto in gravissime condizioni domenica mattina. Il commercialista 47enne, nella foto, coordinatore locale della Margherita a Milano e presidente provinciale dell’Associazione partigiani cattolici, era stato attaccato con grande violenza durante nella notte. Le indagini sono ancora in corso ma hanno escluso sin dall’inizio il movente della rapina, visto che gli sono stati ritrovati addosso circa 100 Euro in contanti, nascosti in un calzino insieme a un documento e alla tessera dell’Arcigay. Vicino a Oldani è stato anche rinvenuto uno zainetto, che sembra non gli appartenesse, contenente un asciugamano e un paio di ciabatte per sauna. Anche il movente politico appare estremamente improbabile. I dirigenti del suo partito e coloro che lo conoscevano ne parlano come di una persona estremamente gentile e cordiale. Il consiglio comunale ha osservato questa mattina in sua memoria un minuto di silenzio.
Visti i recenti atti intimidatori e violenti verificatesi a Milano l’Arcigay cittadina, in una nota, sottolinea che questo omicidio “ripropone con drammaticità il tema della condizione di estrema insicurezza in cui vivono le persone omosessuali non visibili e il preoccupante clima di omofobia che si è instaurato in questo Paese. Allo stato attuale non si conoscono sia la dinamica dei fatti, sia i colpevoli dell’efferato delitto ma si può rilevare come, allo stesso modo con cui sono avvenuti diversi altri omicidi, si ritrovino anche in questa drammatica vicenda elementi di oggettiva fragilità e forte esposizione ai pericoli da parte della vittima”. L’Arcigay lancia quindi un invito “alle forze politiche e sociali milanesi e nazionali a riflettere in modo approfondito sulle cause culturali che hanno prodotto questo delitto”. Il persistere di uno “stigma sociale” e il crescente “clima d’odio e di discriminazione nei confronti delle persone lgbt”, conclude la nota, “porta molte e molti ad occultare il proprio orientamento sessuale quindi a vivere in una condizione di clandestinità che li espone ad enormi rischi per la propria incolumità”.
Letizia Moratti nega il patrocinio al Festival internazionale di cinema gay e lesbico, collaudatissima rassegna giunta quest´anno alla ventunesima edizione, e che finora aveva sempre avuto il sostegno del Comune. Doveva andare così anche stavolta, ma nell´ultima riunione di giunta il sindaco è stato perentorio: «Il patrocinio non lo diamo». Nessuna spiegazione, solo il rifiuto di far passare la delibera predisposta dall´assessore alla Cultura Vittorio Sgarbi, che autorizzava la sponsorizzazione e uno stanziamento di 15mila euro per la manifestazione in corso al teatro Strehler (dal 1° al 7 giugno). Il festival è dunque già cominciato, ma a meno di ripensamenti dell´ultima ora le locandine che lo pubblicizzano sono da mandare al macero, o forse solo da cancellare in basso a sinistra, dove si parla di patrocinio della Provincia e di due assessorati comunali. L´altro assessore che avrebbe dovuto presentare la delibera (con l´indicazione di un secondo stanziamento da 15mila euro) è quello al Tempo Libero: Giovanni Terzi, di Forza Italia. Ma, al contrario di Sgarbi, lui non l´ha fatto, forse prevenendo gli umori di un sindaco non nuovo a una certa diffidenza nei confronti del mondo omosessuale. L´anno scorso, appena insediata, la Moratti si era infatti rifiutata di patrocinare l´Open gay di tennis, un torneo che si tiene a Milano dal 1999. Voleva che dal nome della manifestazione sparisse la parola «gay», gli organizzatori non erano d ´accordo e hanno così rinunciato al patrocinio. Sgarbi dice di essere in disaccordo con questa decisione improvvisa, non nasconde un po´ di imbarazzo, tenta a fatica di vedere il bicchiere mezzo pieno e spera ancora in un ripensamento di Letizia. «Non ho alcuna pregiudiziale nei confronti dei gay – dice il critico d´arte – perché la loro è una realtà che esiste e il patrocinio a questo festival è un modo per riconoscerlo; però il no del sindaco equivale a una doppia sponsorizzazione, perché così si accenderanno ancora di più i riflettori sulla rassegna cinematografica; ma non è detto che finisca così: parlerò con la Moratti, cercherò di convincerla». Se non dovesse riuscirci, sarà la prima volta che il festival del film omosex non avrà il marchio di Palazzo Marino. Lo ebbe anche nel 2001, quando fu la Regione (sempre amministrata dal centrodestra) a negare il patrocinio. Anche allora Milano aveva come vicesindaco (ma di Albertini) Riccardo De Corato, di An. Che in polemica con il Pirellone aveva spiegato la differenza tra la rassegna cinematografica e il Gay Pride: «Il patrocinio lo diamo, come sempre, perché è un conto sfilare in corteo per la città, altro assistere a delle proiezioni al chiuso di una sala». La Moratti evidentemente non la pensa così, e questo suo rifiuto ha già sollevato polemiche in giunta. Ecco il commento dell´assessore di Forza Italia Tiziana Maiolo: «Forse qualcuno ha valutato che le opere presentate al festival non fossero degne, spero solo che questa decisione non venga motivata con il carattere gay della rassegna: il Comune non ha mai discriminato nessuno, perché le discriminazioni non appartengono alla cultura di noi liberali».
Un sacerdote ha rifiutato di somministrare l’Eucarestia a un giovane perche’ omosessuale.
L’episodio – scrive oggi la Gazzetta del Mezzogiorno – e’ avvenuto in una chiesa della provincia di Bari. Testimoni del rifiuto sono stati numerosi fedeli.
Il ragazzo, del quale non viene data l’eta’, appartiene a una ‘famiglia difficile’, che vive nel disagio e in difficili condizioni economiche. E’ stato seguito dai servizi sociali e dal Tribunale per i minorenni di Bari.
Il quotidiano pubblica anche una dichiarazione del presidente della Conferenza espiscopale pugliese – l’arcivescovo di Lecce, mons.Cosmo Francesco Ruppi, il quale si astiene dal commentare la vicenda per non conoscere ”ne’ il caso ne’ il sacerdote” – e un’intervista al deputato ‘transgender’ Vladimir Luxuria.
Michael Pichler è finito nei guai. Ieri ha patteggiato una condanna a due anni e mezzo (ovviamente senza condizionale vista l’entità della pena) per quanto avvenne il 7 gennaio scorso in occasione di un festino organizzato a Brunico. Oltre a Michael Pichler sono sotto procedimento penale anche tre minorenni sudtirolesi. Secondo l’accusa quella sera il gruppetto prese di mira un ragazzino sedicenne che stava abbandonando la festa. Il giovane fu accusato di essere omosessuale. Fu definito «Schwuchtel» (finocchio) perché considerato deboluccio, timido e con i capelli troppo lunghi. I quattro «bulli» neonazi lo bloccarono mentre si allontanava dalla festa privata, lo riportarono all’interno dell’appartamento obbligandolo a subire il taglio a zero dei capelli e poi una serie di microlesioni alle gambe provocate con un coltello. Il ragazzino venne ammanettato ad un sostegno delle tende, poi semidenudato e tagliuzzato. Gli avrebbero poi gettato in faccia dell’acetone dopo aver più volte minacciato di spegnergli sul viso dei mozziconi di sigaretta.
Sono soprattutto stranieri, consumano molta cocaina e, se non sono proprio gay, hanno in comune il disprezzo per i loro clienti. Da sbeffeggiare, aggredire, rapinare. Tutti ostentano grande virilità e un esasperato machismo. C’è chi racconta di essere stato in galera per omicidio, chi narra di risse omeriche, chi ostenta prestazioni da pornostar. Li trovi sui marciapiedi, pronti a chinarsi sul finestrino dell’auto per rispondere alla classica domanda: «Quanto?»
I numeri
La prostituzione maschile sta prendendo sempre più piede e nei giorni di punta, da giovedì e domenica sera, si contano fino a 300/400 uomini. Arrivano dai Balcani, Nord Africa e Sud America e mediamente hanno 25 anni, ma non mancano le eccezioni: anche 45 anni. Quando non si hanno prospettive, si può scendere sempre in strada e trovare il proprio triste mercato. Molti sono consumatori assidui di sostanze stupefacenti, cocaina in particolare. Al punto che non è chiaro se si «fanno» per vendersi o se si vendono per «farsi».
Pochi i minorenni.
Più difficile invece capire le dimensioni della fenomeno minorile: se c’è, è molto poco visibile, anzi, dopo la retata di quattro anni fa in piazza Trento, sembra quasi scomparso. Nel 2003 infatti la polizia sgominò una banda di romeni che sfruttava giovanissimi connazionali. Quasi tutti venduti agli aguzzini dai genitori, quando non erano proprio loro a sfruttarli. Né ci sono segnali chiari di una forte presenza del racket. Ci sarà senz’altro, ma l’impressione è che quasi tutti di prostituiscano «liberamente».
L’attempato bulgaro
Il Centro Ambrosiano di Solidarietà, dal 2006 ha attivato un progetto, «Altre strade», per monitorare il fenomeno, fornire assistenza (soprattutto sanitaria) e, se possibile, aiutare questi giovani uomini a lasciare il marciapiede. Lunedì sera siamo usciti con una loro unità di strada. Serata moscia, pochi clienti in giro, pochi prostituti. Prima tappa l’Ortomercato, territorio quasi esclusivo «bulgaro». Bulgaro è l’asciutto 45enne, che ha associato alla «attività», anche il figlio 27enne della sua seconda moglie, anche lui sposato e in attesa di diventare a sua volta padre. Spavaldo, racconta di aver appena mollato il quasi-fidanzato carabiniere: superfluo specificare che tra i clienti tutte le categorie sociali ed economiche sono «democraticamente» rappresentate. È lui che racconta di quando ha ammazzato un poliziotto che l’aveva aggredito. «Gli ho sfilato la pistola e bang», e di aver poi scontato 15 anni. E ancora di ripetuti amplessi da «Guinness dei primati».
Duro e virile
Duro come Al Capone, virile come Rocco Siffedri. Proprio come il giovane romeno di piazza Trento. Un torrente in piena. Ti inchioda a mirabolanti avventure, come di quella volta che in quattro hanno mandato in ospedale dieci sudamericani. Delle donne innamorate e pronte a mantenerlo, dei viaggi e del suo sovrano disprezzo per i soldi. Fuma in continuazione, agitatissimo, e non ha problemi ad ammettere di tirare cocaina a livello industriale. E, come il bulgaro, sembra molto impegnato a marcare la sua mascolinità rispetto a quelle «odiose checche» di clienti. Una strafottenza forse dovuta a un’omosessualità latente da celare, forse al disprezzo per se stesso.
I gay dichiarati
Dal buio di piazza Trento, spunta un giovane sudamericano che sembra il marinaio di Querelle de Brest , , film di Rainer Werner Fassbinder: jeans «a pelle», fisico da culturista, canotta coloratissima, capelli corvini a caschetto, lenti colorate azzurre. Ascolta con un dolcissimo sorriso le indicazioni degli operatori su dove andare per gli esami del sangue. E accetta di buon grado i preservativi offerti dall’équipe. Più celato, in un viuzza laterale, un giovane appena arrivato dal profondo Sud: «Non ho lavoro, che devo fare?». Non molto originale come scusa, ma qualcosa bisogna pur inventare per giustificare una scelta che loro stessi, per primi, non sembrano invece accettare.
Ha suscitato “rabbia e sconcerto” nelle associazioni Arcigay e Gayleft – con la richiesta di espulsione dai Ds – la frase pronunciata dal capogruppo del partito nel Consiglio regionale d’Abruzzo, Donato Di Matteo, durante una seduta della commissione Statuto.
Secondo quanto riferito dai partecipanti alla riunione, Di Matteo avrebbe detto ‘basta con le riserve indiane, basta con le donne che vengono elette alla Regione senza rappresentanza”, proponendo le quote per i ‘finocchi’, come li ha definiti, nonché per ‘le minoranze etniche e religiose”.
Le affermazioni del consigliere regionale, ‘tanto più pronunciate in una sede istituzionale” – si legge in una lettera inviata al segretario dei Ds, Piero Fassino, dai portavoce nazionali della consulta Gayleft dei Democratici di sinistra, Andrea Benedino e Anna Paola Concia -, sarebbero ‘del tutto incompatibili con l’appartenenza a un partito il cui Statuto afferma in modo chiaro l’impegno contro le discriminazioni motivate dal genere o dall’orientamento sessuale”‘.
E’ ‘un episodio vergognoso”, per il presidente nazionale dell’Arcigay, Aurelio Mancuso, il quale giudica ‘inqualificabile’ il comportamento di Di Matteo e chiede ‘pubbliche scuse da parte dei dirigenti nazionali dei Ds e provvedimenti seri nei confronti di un personaggio che ricopre un ruolo di primo piano in Abruzzo”‘.
Nuovo, brutale, caso di bullismo antiomosessuale ai danni di un ragazzo. Stavolta, dopo lo scherno e gli insulti, si è passati alla violenza fisica tanto che i carabinieri di Rovigo, la città teatro della vicenda, a conclusione delle indagini hanno denunciato undici ragazzi per le violenze ai danni di un coetaneo. Nei loro confronti, vengono ipotizzato reati pesanti: sequestro di persona, violenza privata e minacce. Oggi il comandante provinciale dell´Arma, Luigi Lastella, fornirà i particolari dell´inchiesta ma da quanto è trapelato, la vittima dell´aggressione del branco è un ragazzo di ventun anni, dai modi educati e dal carattere mite: tanto è bastato, agli occhi dei bulli, per etichettarlo come omosessuale, sbeffeggiarlo pubblicamente, tormentarlo con una lunga serie di e-mail zeppe di volgarità e insulti.
Il giovane non ha reagito, limitandosi a evitare, il più possibile, i persecutori. Non è bastato. Il gruppo, che comprende anche tre minorenni ed è noto a Rovigo per le sue spiccate tendenze di estrema destra, ha teso un vero e proprio agguato alla «preda». Accerchiato, condotto in un luogo lontano da occhi indiscreti, il ragazzo è stato malmenato e colpito a più riprese, in un crescendo di insulti e risate. Una scena ricostruita l´indomani dalla vittima negli uffici dei carabinieri ai quali ha sporto finalmente denuncia. Fatti circostanziati, gravissimi, che hanno trovato presto riscontri concreti, confermati, sembra, anche da alcune ammissioni emerse nel corso degli interrogatori dei sospettati.
Un fenomeno, quello del bullismo anti-gay diffuso tra i giovanissimi del Polesine, già segnalato in un´interrogazione dal deputato della Margherita Gabriele Frigato. «Le istituzioni devono farsi carico con urgenza di questa emergenza», è il commento di Alessandro Zan presidente dell´Arcigay veneta: «In altri Paesi l´ondata omofoba è stata sconfitta grazie a interventi educativi da parte del governo, in Italia le dichiarazioni contro i gay provenienti dalla classe politica e dalla gerarchia cattolica, favoriscono un clima di odio che legittima gli aggressori».
Aggredivano, picchiavano e rapinavano gli omosessuali in cerca di sesso a pagamento sulle Mura urbane. Li osservavano, li pedinavano e – alla fine del rapporto – quando si dirigevano verso la loro auto li colpivano impossessandosi di soldi e monili. Per 7-8 mesi hanno agito nell’impunità. Perchè spesso le vittime si vergognavano a dichiarare la loro inclinazione sessuale. E non sporgevano denuncia preferendo non reagire e consegnare spontaneamente il denaro. Ma dopo la denuncia di un quarantenne della Piana i carabinieri hanno arrestato un rumeno di 21 anni mentre un altro è latitante. A Mihai Ionica, 21 anni, che vive in un casolare abbandonato alle porte della città dove ieri mattina è stato prelevato dai militari del radiomobile, la procura contesta il reato di rapina e lesioni personali. Assieme al connazionale di 22 anni, attualmente uccel di bosco, è accusato di aver rapinato alle 23.30 del 1 aprile tra il baluardo Cairoli e l’orto botanico il quarantenne di Porcari che poco prima si era appartato con un giovane di origine slava. Picchiato selvaggiamente e derubato di 130 euro aveva riportato ecchimosi e contusioni giudicate guaribili in 5 giorni. L’ordine di custodia cautelare, firmato dal gip Carlo Annarumma, riguarda soltanto quell’unico caso oggetto di denuncia alle forze dell’ordine. Ma i carabinieri guidati dal maresciallo Clementi, sotto la direzione della procura, hanno svolto indagini più approfondite che potrebbero portare nelle prossime settimane a nuove incriminazione.
L’impressione è che – specie nel week end e sul calar della sera – una gang di rumeni legata alla prostituzione maschile entrasse in azione prendendo di mira i gay. Botte e minaccie ai clienti dei giovani dell’Est, che si prostituiscono in quel breve tratto di Mura, a cui veniva svuotato il portafogli.
Un mese e mezzo di pedinamenti e appostamenti per cercare di porre fine ad una situazione incresciosa in pieno centro e in una zona frequentata da bambini e famiglie.
Il rumeno, con ogni probabilità, aveva capito di essere spiato. Al momento del suo arresto i militari gli hanno trovato in tasca un biglietto ferroviario. Voleva allontanarsi da Lucca come aveva fatto alcuni giorni fa il suo connazionale accusato della rapina sulle Mura.
Le dichiarazioni di ieri di monsignor Betori, segretario della Conferenza episcopale italiana, a Gubbio sono una di queste – ormai sempre più frequenti – occasioni. Di fatto ha individuato come i peggiori nemici della umanità – «fomentatori di guerre e terrorismo», negatori «del riconoscimento dell’altro» a vantaggio del mantenimento di «situazioni e strutture di ingiustizia sociale» – le donne che abortiscono, le persone che riflettono sul testamento biologico e sul diritto a porre fine ad una vita che ha perso tutte le caratteristiche di vita umana, le coppie eterosessuali che convivono senza sposarsi e gli omosessuali in quanto attenterebbero alla dualità sessuale. Sono loro responsabili dei mali del mondo, non i dittatori politici ed economici, non coloro che fomentano guerre etniche e religiose, non gli sfruttatori di donne e bambini, non i mercanti di uomini e neppure coloro che in nome della morale sessuale si oppongono all’utilizzo di semplici precauzioni per evitare il diffondersi dell’.Aids che da solo in alcune parti del mondo fa ancora più stragi delle guerre civili. È difficile provare rispetto ed avere attenzione per chi confonde terroristi e violenti veri e persone che, assumendosene tutta la responsabilità e talvolta la sofferenza, compiono scelte eticamente motivate, ancorché in modo difforme dalla morale cattolica. Per chi, tra l’altro, non distingue neppure, dal punto di vista della gravità rispetto al suo stesso concetto di morale, tra aborto e convivenza senza matrimonio, tra eutanasia e approvazione dei Dico e ritiene (contro le stesse più recenti acquisizioni della Chiesa) che l’omosessualità sia uno stile di vita, e non una condizione umana in cui ci si trova a nascere e vivere. Perciò teme, un po’ grottescamente, che se si riconoscessero le coppie omosessuali nessuno più farebbe coppie (e matrimoni) eterosessuali. È una visione senza sfumature e senza distinzioni, oltre che senza rispetto.
Una coppia gay che si stava baciando e’ stata aggredita e picchiata da tre magrebini. E’ accaduto intorno alle 3 nella notte tra sabato e domenica a Torre del Lago, in provincia di Lucca, zona conosciuta per i locali frequentati da omosessuali. Le persone aggredite sono uno studente di 27 anni di Pisa e il suo compagno di 31 anni di Genova. Il giovane di 27 anni, in particolare, ha riportato lesioni al corpo e alle braccia, secondo il referto del pronto soccorso dell’ospedale di Pisa. I due avevano entrambi le t-shirt sporche di sangue. Solo l’intervento di un gruppo di giovani ha messo in fuga i tre soggetti. Un altro episodio di intolleranza sessuale, riguarda l’esponente del Prc di Pistoia, Matteo Marliani, fino a pochi mesi fa presidente del locale circolo Arcigay. Trovati nell’ingresso del palazzo dove abita volantini dal tono offensivo e velatamente minaccioso. Marliani e’ candidato al consiglio comunale alle prossime amministrative del 27 e 28 maggio. “Non sarà certo un lurido topo di fogna che mi farà nascondere – ha commentato l’esponente del Prc -, chi si nasconde siete voi, che alla stregua di topi, approfittate del buio della notte per propagandare le vostre malsane idee, ma io non mi lascerò intimidire”. Alcuni volantini erano firmati con la croce celtica. Preoccupazione e solidarietà al candidato del Prc e’ stata espressa dal sindaco di Pistoia, Renzo Berti.
- Il Giornale (articolo non firmato), (27 aprile 2007) «In quella fiction (La Squadra, in cui una coppia omosessuale è protagonista di una puntata, ndr)l’omosessualità viene equiparata alla norma e così, quel che passa, è che una devianza vienesdoganata e il suo pervertito modello comportamentale equiparato alla affettività naturale tra uomoe donna».
- Luca Volonté (Capogruppo Udc Camera), (26 aprile 2007) «Il servizio sanitario pubblico dovrebbe farsi carico delle operazioni dei transessuali. La propostaviene da Vladimiro Guadagno, un signore che si .sente’ signorina e vorrebbe, non solo continuare adandare nei bagni delle donne, ma pure aver il rimborso per le operazioni di lifting, di ingrossamentodel seno, degli zigomi…».
- Angelo Amato (Segretario Congregazione per la dottrina della fede), (24 aprile 2007)«Oltre all’abominevole terrorismo dei kamikaze, che occupa quotidianamente la nostra cinetecamediatica, c’è il cosiddetto “terrorismo dal volto umano”, anch’esso quotidiano e altrettantoripugnante, che viene subdolamente propagandato dai mezzi di comunicazione sociale,manipolando ad arte il linguaggio tradizionale, con espressioni che nascondono la tragica realtà deifatti, come quando l’aborto viene chiamato interruzione volontaria della gravidanza e non “uccisionedi un essere umano indifeso”, o quando l’eutanasia viene chiamata “più blandamente morte condignità”».
- Savino Pezzotta (ex-segretario Cisl, portavoce Family Day), (16 aprile 2007)«Nessun atteggiamento omofobico: anche loro hanno bisogno di tutele ma non accettiamo alcuntipo di simil matrimonio. I gay, per esempio, sono persone ma non categorie e perciò hanno deibisogni, non diritti».
- Roberto Calderoli (Lega Nord), (31 marzo e 1 aprile 2007)
«I Dico, l’omosessualità, non sono soltanto contro l’etica ma anche contro natura, e quindi destinati
all’estinzione». «Se ancora non si è capito, essere culattoni è un peccato capitale»
- Angelo Bagnasco (Segretario Cei), (30 marzo 2007)
«Perché quindi dire no a varie forme di convivenza stabile giuridicamente, di diritto pubblico,
riconosciute e quindi creare figure alternative alla famiglia? Perché dire di no all’incesto, come in
Inghilterra dove un fratello e una sorella hanno figli, vivono insieme e si vogliono bene? Perché dire
di no al partito dei pedofili in Olanda se ci sono due libertà che si incontrano? Bisogna avere in
mente queste aberrazioni secondo il senso comune e che sono già presenti almeno come germogli
iniziali».
- Riccardo Pedrizzi (Consulta etico-religiosa An), (27 marzo 2007)
«Come può invocare diritti chi nega l’esistenza di una legge morale naturale assoluta e valida per
tutti gli uomini, chi fa sua la filosofia dell’individualismo, del soggettivismo e dell’edonismo?»
- Lucia Annunziata (giornalista), (25 marzo 2007)
«La foga della battaglia con la Chiesa ha spostato i Dico su toni di estremismo omosessuale»
- Pier Gianni Prosperini (Assessore Regione Lombardia, An), (18 marzo 2007)
«Ma l’omosessualità è una devianza. Quindi niente famiglia e niente adozioni. Il gay dichiarato non
può essere né insegnante, né militare, né istruttore sportivo. (.) Garrotiamoli, ho concluso. (.)
Alla maniera degli Apache: cinghia bagnata stretta intorno al cranio. Il sole asciuga il laccio umido,
il cuoio si ritira, il cervello scoppia»
- Maurizio Cecchetti (editorialista de il Giornale ), (15 marzo 2007)
«Anche nel dettato biblico l’unione fra l’uomo e la donna nel matrimonio sembra avere un
presupposto originario “naturale” che combacia, curiosamente, con certe scoperte della
paleoantropologia»
- L’Osservatore Romano, (13 marzo 2007)
«Si è dunque inscenato sabato il promesso corteo a favore del riconoscimento legale delle coppie
omosessuali. Una manifestazione nella quale, al di là dell’immagine borghese e rassicurante che si
voleva dare, hanno trovato posto discutibili mascherate e carnascialate varie. Ironie e isteriche
esibizioni da parte di chi invoca riconoscimenti e non esprime rispetto»
- Rosy Bindi (Ministro per la Famiglia), (12 marzo 2007)
«E’ meglio che un bambino stia in Africa con la sua tribù, piuttosto che cresca con due uomini o con
due donne, con genitori gay»
- Vittorio Sgarbi (Assessore alla Cultura, Comune di Milano), (11 marzo 2007)
«Dunque, non è una richiesta di diritti la ridicola pretesa giuridica di ottenere approvazione e
previdenza sociali per il libero esercizio dei propri piaceri, spesso confinanti, per chi avesse il
coraggio di ammetterlo, con la pedofilia e la prostituzione»
- Paola Binetti (Margherita), (3 marzo 2007)
«L’omosessualità è una devianza della personalità: un comportamento molto diverso dalla norma
iscritta in un codice morfologico, genetico, endocrinologico e caratteriologico»
- Camillo Ruini (ex Segretario Cei), (3 marzo 2007)
«Da quanto risulta ai sacerdoti che hanno ogni giorno a che fare con loro, queste coppie non
chiedono forme diverse dal matrimonio»
- Giulio Andreotti, (2 marzo 2007)
«Ora capisco perché mia madre da ragazzino non voleva mandarmi al cinema. Temeva facessi brutti incontri, perfino in quel cinemetto in via dei Prefetti, dove ti davano anche la merenda»
- Luca Volontè (Capogruppo Udc Camera), (1 marzo 2007)
«I fondatori della psicologia moderna descrivono l’omosessualità come patologia clinica»
- Marcello D’Orta (editorialista de il Giornale ), (25 febbraio 2007)
«Lgtb significa lesbiche, gay, bisessuali, transessuali. A Napoli la sigla sarebbe Rfz, ricchioni,
femmenielli e zòccole»
- Angela Carfagna (Forza Italia), (16 febbraio 2007)
«Le coppie gay sono costituzionalmente sterili»
- Silvio Berlusconi, (5 febbraio 2007)
«I gay sono tutti dall’altra parte»
- Luca Volontè (Capogruppo Udc Camera), (4 febbraio 2007)
«Con l’aumento delle vendite di condom, pillole pre e post, con l’idea del sesso frequente e sicuro
siamo arrivati ai dati allucinanti di giovedì, aumento del 20% di sterilità in pochi anni»
(18 gennaio 2007)
«Va da sé che intervenire per una legge-privilegio a favore di diecimila persone, solo per il
semplice fatto che essi dichiarino di “sentirsi” omosessuali è un aborto giuridico»
Luciano Dussin (Lega Nord), (7 gennaio 2007)
«La religione è un valore assoluto: questo non vuol dire dichiarare la guerra alle altre religioni, ma
impone di evidenziare almeno che gli altri sbagliano»
Gianfranco Fini (Presidente An), (26 dicembre 2006)
«Per un bambino il maestro deve essere una figura serena, equilibrata. La preferenza sessuale è un
fatto privato. Direi la stessa cosa di un maestro che in classe si vantasse di essere Rocco Siffredi»
Umberto Bossi (Segretario Lega Nord), (15-16 dicembre 2006)
«Innalzare le coppie di fatto a famiglia parallela è uno scempio e porta guai» (…) «Di famiglia il
nostro popolo ne conosce una soltanto, ed è quella che si vede nel presepe»
Piero Fassino (Segretario Ds), (14 dicembre 2006)
«Non credo che sia una scelta che la società possa accogliere e neppure penso che sia utile per il
bambino essere adottato e crescere con due persone dello stesso sesso»
Alfonso Lopez Trujillo (Presidente Pontificio Consiglio per la Famiglia), (10 dicembre 2006)
«Attiveremo nuove forme giuridiche per andare incontro al capriccio di alcuni?»
Julian Herranza (Cardinale), (8 dicembre 2006)
«Le altre unioni diverse dal matrimonio sono unioni deboli e deviate che, antropologicamente, non
si possono equiparare al matrimonio, neppure giuridicamente»
Carlo Giovanardi (Udc), (21 novembre 2006)
«Una parodia di matrimonio che mette a rischio il futuro della nostra società»
Elisabetta Gardini (Forza Italia), (27 ottobre 2006)
«La mia è stata una reazione fisica, di pancia. Proprio non mi aspettavo di trovare un uomo nei
nostri bagni. Credevo che la questione fosse stata risolta da tempo e trovare Guadagno lì mi ha
provocato un trauma»
Alfonso Lopez Trujillo (Presidente Pontificio Consiglio per la Famiglia), (6 settembre 2006)
«L’aborto è sempre e comunque un delitto abominevole»
Clemente Mastella (Ministro Giustizia, Udeur), (28 agosto 2006)
«Le unioni di fatto? Sì al riconoscimento dei diritti per le coppie eterosessuali. Ma il problema sono
i gay»
Joseph Ratzinger (Benedetto XVI), (14 maggio 2006)
«A volte si vuole addirittura giungere a una nuova definizione del matrimonio per legalizzare le
unioni omosessuali attribuendo ad esse anche il diritto all’adozione dei figli»
Luca Volontè (Capogruppo Udc Camera), (5 maggio 2006)
«Vi pare normale? Un uomo che dichiara di essere attratto da altri uomini e quindi di provare
turbamento nei bagni maschili e ottiene di usare quelli femminili. E se domani, si presentassero una
.squadriglia’ di deputati in kilt scozzese, con .gonne scozzesi’, e dicessero di trovarsi in imbarazzo
nei bagni maschili? Ci troveremmo un foltissima schiera di uomini nei bagni delle donne»
Clemente Mastella (Ministro Giustizia, Udeur), (5 aprile 2006)
«Se cresce il mio partito non ci saranno né pacs, né pics né pocs»
Il cast della rassegna comprende 10 artisti italiani e stranieri che rappresentano il top del panoramadi oggi. Ma si attendono polemiche. In effetti il cast della rassegna comprende 10 artisti italiani e stranieri che rappresentano il top dell’attuale panorama reggae. Un’ottima premessa, ma si attendono polemiche, dato che alcuni di questi personaggi sono stati tacciati di razzismo e omofobia. In primo luogo Capleton, ma anche Elephant Man, Beenie Man e Sizzla, ennesimi esponenti di quel lato oscuro del reggae contro cui si è mobilitata persino Amnesty International. «Ma attenzione: stiamo parlando di concerti, non di comizi . puntualizza Ray di I-tal Sound, tra gli organizzatori della manifestazione. Mi sembra restrittivo giudicare questi artisti solo per la loro opinione sull’omosessualità. Tanto più che hanno firmato un accordo in cui garantiscono che le loro performance non includeranno testi di incitamento alla violenza di alcun genere».
Avrebbe dovuto debuttare a Torino la tournée del controverso cantante giamaicanoCapleton, il cui concerto era stato annunciato questa sera a Hiroshima Mon Amour. A poche ore dall’evento, però, lo show è stato annullato. Cose che da qualche anno a questa parte accadono quando c’è di mezzo un esponente della scena reggae più radicale, di cui le associazioni pro gay e lesbiche chiedono il boicottaggio. In Giamaica, un micidiale cocktail tra machismo esasperato e integralismo religioso ha infatti trasformato la caccia al diverso in una specie di sport nazionale, e anche cantanti affermati come Sizzla, Beenie Man, Elephant Man, T.O.K. e lo stesso Capleton si sono macchiati di testi violenti. Invitano a uccidere, in sintonia con i sempre più frequenti episodi di omofobia armata che si registrano a Kingston, dove a volte ci scappa anche il morto. Molti concerti vengono annullati, le sale sono spesso presidiate da attivisti gay o di Amnesty International. In Italia l’argomento fa male soprattutto a sinistra, poiché il reggae «peace and love» di Bob Marley è una bandiera no global e le serate «dance hall» sono appannaggio di centri sociali, circoli Arci e locali alternativi. Dove Capleton è tra i più ballati. Non a caso la patata bollente è arrivata tra le zampe di Hiroshima, del Villaggio Globale di Roma e dell’Estragon di Bologna. Nel capoluogo emiliano si è tenuto un incontro tra il fronte gay e gli organizzatori, a Roma ha chiesto l’annullamento dello show un coordinamento nazionale di cui fa parte il centro sociale Gabrio di Torino, che spesso ospita artisti reggae politicamente corretti come Macka B e Horace Andy. Ma i concerti dovrebbero farsi ovunque, dopo che lo stesso Capleton ha accettato di firmare un documento di Outrage, l’associazione inglese che per prima sollevò il caso. Il testo parla chiaro: «Ho deciso di non cantare nulla che possa incitare alla violenza nei confronti di qualsiasi essere umano». Una via d’uscita che tuttavia non ha convinto tutti. Hiroshima, sensibilizzata dal cartello Torino Pride, ha deciso di andare controcorrente e annullare lo spettacolo: «Avevamo chiesto e ottenuto precise garanzie all’agenzia che ci porta l’artista, la Tour de Force di Roma. Non avremmo comunque accettato testi discriminatori nelle sale in cui si sono svolte le riunioni per il Torino Pride, e se Capleton avesse detto sciocchezze sarebbe saltato il contratto. Ci pareva che la situazione stesse cambiando, soprattutto dopo la firma del documento di Outrage. Le associazioni locali però ci hanno invitati a cancellare comunque l’appuntamento; ci siamo riuniti, abbiamo votato per alzata di mano e la risposta è che Capleton a Torino non canta». Scontato che finirà così anche Beenie Man, altro firmatario in origine annunciato a Hiroshima il 1° giugno. I dubbi sull’opportunità di dare spazio a questi personaggi è condiviso da Bunna, leader degli Africa Unite e veterano del reggae italiano: «Sono grandi artisti, hanno rinnovato la scena e inciso dischi formidabili. Però credo che un segnale lo si debba dare, e lasciarli a casa sarebbe la cosa migliore, come del resto ha fatto il festival italiano più importante in materia, il friulano Sunsplash». Travolti dal mito della vita da papponi dilagante nel rap americano, i giovani cantanti giamaicani hanno spesso sostituito la marijuana con il crack, le preghiere rasta con le folli corse in moto e pickup.
Tra la notte del 5 e del 6 maggio un 22enne della provincia di Latina è stato aggredito all’uscita di una nota discoteca gay del sabato romano. 4 ragazzi tra i 18 e 22 anni gli hanno gridato “Sporco Frocio” e lo hanno picchiato, reazione dovuta alla frase di Francesco che aveva detto: “ciao ragazzi, lo sapete che siete proprio carini”.
“Francesco, ha riportato ferite e lividi al viso ed al petto, è stato soccorso da alcuni volontari di Arcigay, presenti in zona per distribuire materiale sulla prevenzione AIDS, ai giovani frequentatori della serata – dichiara Fabrizio Marrazzo, Presidente Arcigay Roma e Responsabile Gay Help Line - ha chiesto di essere accompagnato a casa di amici, nella provincia di Latina, dove risiede, e non ha voluto essere accompagnato ad un pronto soccorso, per paura che denunciando il fatto si evidenziasse che l’aggressione era dovuta alla sua omossessualità, e dato che la sua famiglia non lo accetta come gay, aveva paura dei possibili risvolti negativi nella sua vita familiare, sono queste famiglie che non comprendono i propri figli che vedremo al Family Day?”
“Desidero esprimere la solidarietà del Comune di Roma al ragazzo aggredito sabato notte a Testaccio. Voglio anche dirgli che se deciderà di sporgere denuncia contro i suo aggressori, come spero, l’Amministrazione sarà al suo fianco per aiutarlo – Queste le parole dell’assessore alle Pari Opportunità Cecilia D’Elia - Penso che Roma sia nel complesso una città sicura e dove ognuno può esprimere in libertà le proprie differenze ma sono consapevole che c’è ancora molto lavoro da fare per sconfiggere vecchi e nuovi pregiudizi. Voglio comunque ricordare che il Comune di Roma, probabilmente la prima grande città in Italia a farlo, tramite un apposito bando di gara, si è dotato di un contact center multicanale anti-omofobia che entrerà a regime nelle prossime settimane, a cui i cittadini gay, lesbiche e trans si potranno rivolgere, sia per denunciare casi di discriminazione, sia per conoscere servizi dedicati”.
“Le proposte della Turco sono sempre più sconcertanti. Pensare di destinare parte dei soldi pubblici al rimborso di operazioni chirurgiche per cambiare sesso è assolutamente inammissibile.
Questo Governo destina i già scarsi fondi statali ad usi assolutamente impropri, distraendoli da finalità ben più importanti.” Così le parlamentari di Forza Italia, On. Isabella Bertolini, On. Patrizia Paoletti Tangheroni, On. Gabriella Carlucci, On. Simonetta Licastro Scardino, fondatrici dell’Associazione “Valori e Libertà”, commentano la proposta del Ministro della Salute.
“Trattasi di scelte di carattere assolutamente personale che, a prescindere da valutazioni di natura etica e morale, non devono pesare sulle casse dello Stato. A tal proposito – annunciano le esponenti azzurre – intendiamo presentare un’interrogazione parlamentare per sapere in che modo il Ministro Turco intende attuare il suo proposito”.
“Come al solito questa maggioranza, come nel caso dei Dico, confonde il diritto individuale di disporre della propria esistenza e diritti pubblici soggettivi che lo Stato deve necessariamente tutelare. Con Prodi e compagni siamo allo sbando. La deriva laicista di questa maggioranza – concludono – provoca danni irreparabili per il tessuto sociale del Paese.”
«Gay pedofili», «gay al muro» e via offendendo. Con una dedica-insulto: «Imma Battaglia tr…». E con una firma – la sigla di Forza Nuova – non rivendicata dal movimento di estrema destra che s’è detto «estraneo» al raid, l’altra notte in via San Nicolao, zona Cadorna, contro la libreria Babele, luogo e punto di riferimento della cultura gay.
Il resto del movimento gay, pur soffermandosi sul capitolo Chiesa (dalla quale l’onorevole Franco Grillini s’aspetta «massima solidarietà») s’è piuttosto soffermato sulla violenza dell’azione. Che a vergare gl’insulti siano stati adolescenti annoiati, non ci crede nessuno. Tutti son convinti che quella sigla di Forza Nuova sia stata fatta proprio da Forza Nuova, nonostante la replica degli estremisti: «La nostra battaglia è contro il tentativo di legittimazione di una politica che lede l’immagine della famiglia tradizionale».
Tant’è. Da destra a sinistra, è una lunga scia di condanna. Il presidente del consiglio comunale Manfredi Palmeri: «Le scritte sono frutto di ignoranza e cattiveria». Il presidente della Provincia Filippo Penati: «Si alimenta un clima di odio che minaccia la democrazia». Perché gli insulti con la vernice (e lo spray) non abitano solo in via San Nicolao. Da giorni, nelle vicinanze di piazza Beccaria – dove c’è la sede dell’Arcigay e anche il comando della polizia locale, dunque si suppone che l’area sia un’area super controllata – ignoti si divertono a riempire muri di palazzi e scuole di ritornelli così: «Morte ai gay».
«Ministro, al Family day non ci andare». Il suicidio del ragazzo torinese, perseguitato dai compagni che lo accusavano di essere omosessuale, finisce con l’intrecciarsi alle polemiche sulla manifestazione per la famiglia del 12 maggio. L’Unione degli Studenti, che insieme ad Arcigay sta organizzando una giornata di mobilitazione nelle scuole per il prossimo mercoledì, chiede al ministro della pubblica Istruzione Giuseppe Fioroni di non partecipare al Family day (ma lui ha già detto che ci andrà) «perché sarebbe incoerente rispetto a un’idea di scuola laica e pubblica, cioè di tutti». Per l’Unione degli Studenti «quello che è accaduto a Torino è la punta dell’iceberg di un sistema che non ha ancora digerito il diverso. Noi ci prepariamo al 17 maggio, la giornata mondiale contro l’omofobia e ogni genere di discriminazione».
«Disgustoso» sarebbe per Luca Volontè (Udc) «strumentalizzare da parte di omosessuali politici la morte del ragazzo di Torino per giustificare la massiccia campagna di omosessualizzazione scolastica avviata dall’Arcigay».
Il sito di «gaynews» come quello di «gay help line» in queste ore sono tempestati di telefonate. Il suicidio di Matteo che a sedici
anni ha deciso di volare dal quarto piano perché a scuola lo prendevano in giro almeno non è passato invano. Ognuno vuole raccontare, ognuno si vuole sfogare. Ognuno ha una storia e quella storia è una finestra su un mondo che si riteneva fino a questo momento estraneo alla nostra cultura e invece no, nella nostra scuola appaiono segnali preoccupanti, e il bullismo si accompagna spesso all’omofobia. Lo spiegano bene i sondaggi messi oggi in rete: il 35% delle denunce per bullismo sono episodi di razzismo contro i gay; a più del 10% degli studenti capita spesso o continuamente di vedere un ragazzo deriso, offeso e aggredito a scuola perché è o sembra un omosessuale. I professori non se ne accorgono, o non riescono a riconoscere i, problema, come la preside del liceo di Trento dove Matteo studiava. «Io sapevo tutto – ha denunciato ieri sua madre – . E anche la scuola sapeva, ero andata a parlarne con la preside».
«Perdonatemi, ma non ce la faccio più. A scuola non ci voglio più andare. Sono a disagio perché mi fanno sentire diverso». Una lettera per chiedere scusa ai genitori e ai due fratelli, per quel volo di quattro piani con cui ha deciso di chiudere la sua giovanissima vita. E in quel sentirsi «diverso», la mamma di Matteo – 16 anni, seconda ragioneria al prestigioso Istituto Sommeiller – legge tutta la sua disperazione per l’essere stato bollato dai compagni di scuola come gay. «Era avvilito per quelle false accuse – racconta Priscilla Moreno, 50 anni, filippina che si guadagna da vivere come colf -. “Mamma, mi dicono che sono un frocio, ma non è vero”, mi diceva e io ho provato a consolarlo, ma non è servito a nulla».
Ogni suicidio, oltre che un profondo disagio, nasconde un mistero. Ma la madre di Matteo non ha dubbi sul motivo che martedì mattina ha spinto il suo secondo figlio a compiere quel gesto disperato. Un ragazzino mite, studioso, tanto brillante negli studi («era il primo della classe, tutti 8 e 9» commentano i suoi insegnanti), quanto timido e impacciato con i compagni. Tanto da preferire spesso l’amicizia delle ragazze, con una sensibilità più vicina alla sua.
«La legalizzazione delle unioni di persone dello stesso sesso negherebbe la differenza sessuale, che è insuperabile» Intervistato domenica da Lucia Annunziata «in mezz’ora» su Raitre, monsignor Rino Fisichella, rettore della pontificia università Lateranense nonché cappellano di Montecitorio, ha corretto il tiro di monsignor Angelo Bagnasco, presidente della Cei, che sabato aveva accostato, in una scala ideale delle «aberrazioni» pericolose per l’ordine familiare e sociale, le convivenze omosessuali all’incesto e alla pedofilia. Più cauto e più diplomatico, Fisichella ha cercato di restituire l’immagine di una Chiesa consapevole dell’impossibilità di discriminare eterosessuali e omosessuali sul piano giuridico, e disponibile a riconoscere ai gay i diritti alla successione e all’assistenza reciproca purché questo riconoscimento resti nell’ambito del diritto privato e non comporti un nuovo istituto di diritto pubblico come i Dico, troppo simile al matrimonio. Si sa che questa è la strettoia che la Chiesa indice per mantenere distinte le convivenze dal matrimonio accettando contemporaneamente che i conviventi acquisiscano i succitati diritti nella forma di diritti individuali, non di coppia. E si sa anche che da parte dei movimenti gay-lesbian la posta in gioco è precisamente quella del riconoscimento della coppia omosessuale. Sul piano della polemica politica questo è il conflitto in campo e per ora non se ne esce. Ma bisogna cominciare a frugare nelle pieghe della polemica politica per chiedersi quali altre poste in gioco, politiche e culturali, si stiano definendo o ridefinendo nello scontro sui Dico e sull’omosessualità: da una parte e dall’altra del campo di gioco.
Sul versante della Chiesa, il punto non è né solo né tanto l’interdizione e la condanna della sessualità gay e lesbica. Il punto è – l’ha ribadito domenica lo stesso Fisichella – il fantasma della genitorialità omosessuale che l’eventuale legalizzazione delle convivenze attiva. Sta qui infatti, per la Chiesa, la trincea di difesa dell’ordine naturale: si nasce da un maschio e da una femmina, e a questo fatto naturale deve corrispondere un ordine familiare incardinato su una coppia genitoriale fatta da un uomo e una donna, che a sua volta è la cellula prima dell’ordine sociale. La frase chiave della nota dei vescovi sui Dico – «la legalizzazione delle unioni di persone dello stesso sesso negherebbe la differenza sessuale, che è insuperabile» – va intesa precisamente così: è la legalizzazione della coppia omosessuale – non, si badi, la pratica omosessuale in sé – la minaccia dell’ordine costituito, perché è da essa che potrebbero discendere per gli/le omosessuali quei diritti alla discendenza, all’adozione o alla procreazione (tecnologicamente assistita) che manderebbero all’aria le prerogative esclusive della famiglia eterosessuale. E’ evidente che la Chiesa scarica sulla genitorialità gay un problema che, in verità, la assedia da più parti: com’è noto, la procreazione naturale è messa in subbuglio dalla tecnologia, che «denaturalizza» di suo l’accoppiamento maschiofemmina; e la tenuta dell’istituto familiare tradizionale (che è in verità una forma storica, non naturale) è messa in subbuglio, oltre che dal divorzi, dalle madri single e dalle nuove famiglie allargate, anche dalle migrazioni. Si tratta di una trasformazione inarrestabile della famiglia tradizionale, che il testardo ribadimento da parte della Chiesa della norma eterosessuale non può bastare a contenere o ridurre. Sul versante gay-lesbian, dalltra parte, la ridefinizione delle poste in gioco non è meno cruciale. La richiesta di riconoscimento delle coppie omosessuali allo Stato porta infatti certamente alla luce un fatto sociale altrimenti destinato a rimanere, più o meno tollerato, nella penombra. Ma rischia di condannare alla penombra definitiva quelli e quelle, omosessuali e eterosessuali, che non assegnano allo Stato lo stesso potere di riconoscimento, e quelle pratiche sessuali e affettive che vogliono restare fuori dal cono del riconoscimento e della legalizzazione. Una volta che le «sovversive» coppie gay saranno riconosciute e legalizzate, che sarà di queste pratiche sessuali, affettive e parentali, e della loro radicale estraneità alla norma e alla normalizzazione?
Acigay Milano chiede al Presidente della regione Lombardia Roberto Formigoni un deciso intevento sulle continue abberranti dichiarazioni del suo assessore ai giovani, sport e turismo Piergiorgio Prosperini.
Non sono più tollerabili i continui incitamenti alla violenza e alla discriminazione omofobica lanciati senza ritegno da Piergiorgio Prosperini, Assessore regionale lombardo ai giovani, sport e promozione attività turistica.
Frasi come “Sui gay bisognerebbe usare il napalm” proposta in tv, oppure “L’omosessualità è una devianza… Garrotiamoli! Ma non con la garrota di Francisco Franco. Alla maniera degli Apache: cinghia bagnata legata stretta attorno al cranio. Il sole asciuga il laccio umido, il cuoio si ritira, il cervello scoppia” dalle pagine del Giornale, sono un atto vergognoso, in particolare se uscite dalla bocca di chi, istituzionalmente, si occupa dei giovani. Che messaggio trasmette alla nuove generazioni? “Prosperini non è nuovo a uscite del genere” dichiara Paolo Ferigo, presidente dell’Arcigay Milanese “ma se come comune cittadino poteva essere interpretato come un delirante personaggio in cerca di notorietà, in qualità di Assessore regionale è un vero pericolo pubblico.”
“L’omofobia e le violenze contro le persone omosessuali, lesbiche e transessuali sono in continuo aumento e invece di messaggi invitanti al rispetto” prosegue Ferigo “dalle Istituzioni ci giungono queste istigazioni alla violenza. Formigoni deve intervenire! Deve stigmatizzare le dichiarazioni espresse da Prosperini e togliergli la delega, scegliendo al suo posto una persona democratica e civile!” Arcigay Milano non è più disposta a tollerare questo tipo di atteggiamento che ricorda tristemente le persecuzioni hitleriane e resta in attesa di una reazione da Formigoni e da Fini, segretario del partito che “vanta” l’appartenenza di questo assurdo personaggio.
19 Marzo 2007: Roma, diffida da parte di Ruini per coloro che accolgono nella comunità le coppie di fatto e quelle omosessuali. Una letterina pastorale accompagnerà la benedizione delle uova di Pasqua nelle case romane, anzi un volantino di propaganda anti-Dico sull’«importanza sociale della famiglia». È l’ultima trovata del cardinal Ruini, che ha perso la Cei ma non il vizio e che ora in qualità di vicario di Roma ha trasformato i sacerdoti della diocesi in pony-express della chiesa. Che c’è di male, si dirà, se insieme all’acqua benedetta arriva anche una missiva che aiuta a riflettere sui grandi temi sociali e culturali? Contenuto e metodo, però, non hanno il sapore della colomba pasquale, e sono in linea con il forcing papalino che ha lanciato la campagna dell’obiezione di coscienza per giudici e parlamentari contro leggi «eversive dell’antropologia personale e familiare che dall’Eucarastia scaturisce», e che ha bacchettato il cardinal Martini, detto l’«antipapa», per le sue parole di apertura al dialogo.La missiva, consegnata secondo le modalità berlusconiane, del tutto inconsueta e forse senza precedenti, è introdotta da Ruini e contiene un testo del cardinale di Firenze Ennio Antonelli, che, in sintonia con Benedetto XVI, fa appello alla «ragione». Così anche chi non è credente potrà condividere le considerazioni proposte in «armonia con la fede cristiana». Ecco di nuovo la pretesa della «ragione universale», l’attacco al relativismo come fonte di tutti i mali, che conduce questo papa verso l’eliminazione di ogni pensiero, filosofia, etica, politica che non siano quelle della Chiesa romana.Non è la parola del Vangelo che arriverà nelle case, ma una diffida verso uomini e donne che «privilegiano i diritti e l’indipendenza dell’individuo». Che cristianamente accolgono nella comunità umana le coppie di fatto e quelle omosessuali, le quali, invece, «non hanno gli stessi diritti delle famiglie, dato che non hanno gli stessi doveri». Nella lettera, si precisa che tali coppie sono equiparabili a «un rapporto privato tra individui, analogo al rapporto di amicizia, per il quale nessuno si sogna di chiedere un riconoscimento giuridico». Cancellata ogni relazione d’amore, i Dico (mai nominati) si dissolvono in un rapporto inconsistente, indegno di attenzione da parte delle istituzioni.Questa è la sorpresa pasquale di un pontificato violento che individua nella famiglia tradizionale il baluardo non tanto della società ma del dominio ecclesiale sull’ordine simbolico. Intollerabili non sono i comportamenti «devianti», ma la valorizzazione, il riconoscimento culturale e giuridico di soggetti che ribaltano le gerarchie sessuali (donne e gay) e che quindi, praticando il relativismo estremo, minano il magistero universale del Vaticano. Non c’è più armonia in terra e in cielo con i Dico, tanto che alla fine la lettera esplicita l’invito a «dare la vostra adesione alle associazioni» che tutelano la famiglia, la sola in grado di garantire «libertà e solidarietà». L’unico consiglio per passare una buona Pasqua è: non aprite al postino, nemmeno se suona due volte.
Queste però non possono avere una rilevanza sociale e giuridica perché sono strutturalmente non aperte alla generazione”.
”I Dico – ha concluso Cerrelli – sono solamente un processo iniziale. Sono una locomotiva leggera alla quale saranno attaccati altri vagoni come ad esempio le adozioni da parte delle coppie omosessuali. Tutto questo noi non possiamo accettarlo e quindi esprimiamo il nostro dissenso contro questo disegno di legge sulle convivenze”.
Anzi addirittura, avrebbero messo su una “famiglia normale” (sarebbe interessante sapere se poligama). Heba Kotb, per avvalorare le sue professioni di fede, che con sicumera spacciava per “scientifiche”, ha addotto quello che potremmo definire un accumulo di religiosità: “non è solo il Corano a condannare, ma anche le religioni del Libro”. Insomma una chiamata all’alleanza tra monoteismi in chiave reazionaria. Immediatamente le telefonate di protesta e molte e-mail di ascoltatori, indignati soprattutto per la irresponsabile mescolanza di presunte esperienze mediche e convinzioni religiose. Licia Calò, col suo sorriso solare di sempre, ha spiegato ai telespettatori che i suoi ospiti hanno diritto alle loro opinioni e che non stava a lei intervenire, perché tutte le opinioni sono degne di cittadinanza. Una ben strana interpretazione della democrazia! A Lucia Calò ci permettiamo di ricordare l’articolo 1 della Costituzione Repubblicana italiana, che stabilisce che i diritti democratici vanno esercitati proprio nell’ambito delle garanzie della Costituzione (suprema legge dello stato). E questa, a voler chiosare, all’articolo 3 afferma che tutti i cittadini hanno pari dignità senza distinzione alcuna (quelle sessuali comprese) e che è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli che limitano tale uguaglianza, creando le condizioni per il superamento di ogni discriminazione. Visto che la signora Calò, prende lo stipendio (e che stipendio) dalla Repubblica Italiana, dovrebbe stare quanto meno un poco più attenta all’esercizio di una pubblica funzione che svolge per lo Stato repubblicano, sia pure attraverso la RAI.
«Guarito», dice, come se essere gay fosse una malattia, secondo le più bieche posizioni omofobiche.
«Una legge scritta a favore di circoscritte minoranze che non guarda l’interesse generale della società e soprattutto non sostiene tutti i figli abbandonati o nati fuori dal matrimonio». È il severo giudizio di Marco Griffini, presidente dell’Aibi (Associazione amici dei bambini). Una realtà (1500iscritti) costituita da famiglie adottive e nata per promuovere i diritti del minore. «Quello che impressiona di questo testo – è l’amara riflessione di Griffini – è che è nato per tutelare alla fine non più di 34mila coppie di fatto eterosessuali, la stessa cifra rappresentata in Italia dai bambini abbandonati in Italia. Credo che tutto questo debba far riflettere le istituzioni di questo Paese». Secondo Griffini, questo Ddl rappresenta nient’altro che l’apripista per l’adozione di minori da parte di coppie gay. «Purtroppo è così – è la sconsolata riflessione di Griffini -. Mi chiedo: che futuro daremo a questi bambini se si arriverà a tutto questo? Il ruolo parentale di genitore sarà così completamente relativizzato senza più distinzione tra i sessi».
Il mondo cattolico continua a interrogarsi sulla strategia vaticana contro i Dico. E anche a dividersi: oggi alcuni intellettuali di area hanno firmato un appello contro l’eccessiva ingerenza della Cei nella questione; subito dopo, è arrivato il controappello di altri esponenti di rilievo della cultura italiana, contrari ai contenuti dell’appello numero uno. Nel primo documento, firmato tra gli altri fa Giuseppe Alberigo e Alberto Melloni, si chiede che la Conferenza episcopale italiana non intervenga con un documento ufficiale – annunciato due giorni fa dal cardinale Camillo Ruini – che impegni i politici cattolici a rifiutare il progetto di legge sui diritti di convivenza. Un atto “di inaudita gravità”, secondo i firmatari. Il testo comincia con una valutazione di carattere generale: “La Chiesa italiana, malgrado sia ricca di tante energie e fermenti, sta subendo un’immeritata involuzione”. Quindi il giudizio diventa allarmato e severo circa le intenzioni manifestate nei giorni scorsi da Ruini:”L’annunciato intervento della Presidenza della Conferenza episcopale, che imporrebbe ai parlamentari cattolici di rifiutare il progetto di legge sui ‘diritti delle convivenze’ è di inaudita gravità”. Se questo avvenisse, spiegano gli intellettuali che hanno firmato l’appello, “l’Italia ricadrebbe nella deprecata condizione di conflitto tra la condizione di credente e quella di cittadino. Condizione insorta dopo l’unificazione del paese e il ‘non expedit’ della Santa Sede e superata definitivamente solo con gli accordi concordatari”. Da qui l’appello rivolto ai vescovi: “Denunciamo con dolore, ma con fermezza, questo rischio e supplichiamo i Pastori di prenderne coscienza e di evitare tanta sciagura, che porterebbe la nostra Chiesa e il nostro Paese fuori dalla storia”. Tra gli altri hanno sottoscritto l’appello Vittorio Bellavista, Ugo Perone, Raniero La Valle, Stefano Sciuto, Giuseppe Ruggeri, Ettore Masina. Dopo, però, arriva un’altra presa di posizione forte. Un controappello in cui alcuni intellettuali laici e cattolici chiedono ai vescovi di confermare l’annunciato documento sulla legislazione familiare in una lettera aperta pubblicata sul numero di giovedì del Foglio. E firmata, tra gli altri, da Sergio Ricossa, Marta Sordi, Francesco D’Agostino, Vittorio Mathieu, Giuliano Ferrara, Lucetta Scaraffia, Giovanni Maria Vian,Ubaldo Casotto, Antonio Socci, Nicoletta Tiliacos, Eugenia Roccella,Sergio Soave. Nel controappello ai vescovi si chiede “di mantenere chiara e libera la loro impostazione di dottrina e di cultura morale in tema di legislazione familiare. Riteniamo ingiusta – scrivono gli intellettuali – ogni forma di intimidazione intellettuale contro l’autonomia del pensiero religioso.Consideriamo decisivo, per arricchire il pluralismo di valori della società italiana, che la religione occupi uno spazio pubblico nella vita della comunità”. “Giudichiamo improprio, e sintomo di un uso politico della sfera religiosa – prosegue il documento – l’appello dei cattolici democratici affinchè la chiesa italiana rinunci a un suo atto di magistero, che la libera coscienza di laici e cattolici, compresi i parlamentari della Repubblica, potrà valutare serenamente e in piena libertà. E poi la conclusione: “La cultura di questo paese deve liberarsi delle pastoie politiciste di un pensiero illiberale e veteroconcordatario che intende censurare con argomenti obliqui la libertà religiosa e la sua funzione sociale”.
Apriti cielo. « La persona in questione – afferma Demattè – ha fatto delle dichiarazioni personali tirando in bal lo il partito, che non c’entra. Sono prese di posizioni personali e il problema o il sentire del singolo non può passare come scelta politica » . Tradotto: al lui in questione saranno chiesti chiarimenti sull’uscita e potrebbe arrivare anche un richiamo disciplinare. « Io sono per la difesa totale dei diritti – spiega la coordinatrice – e nella proposta di legge dei Dico si fa riferimento in generale alle situazioni di convivenza, non si parla specificamente di coppie solo gay, per cui mi pare che sia un passo in avanti di civiltà che va oltre il discorso relativo esclusivamente alla conquista omosessuale » .
Il timore e la condanna per l’outing, sta quindi nella possibilità di confondere le idee alla gente. I Pacs « sono una conquista di civiltà e di diritti di tutti, non solo degli omosessuali » . Fuori le scelte sessuali dalla politica, dunque. Almeno quella ufficiale.
«L’attenzione costante alla famiglia, come società naturale fondata sul matrimonio, di cui conseguentemente il diritto positivo non può riformare i caratteri distintivi e fondanti, ma dellaquale lo Stato e l’intera società devono favorire la formazione e l’adempimento dei compiti propri: sono, questi, tra gli ambiti, in cui oggi si pongono le sfide di maggior rilievo». È quanto afferma «L’Osservatore Romano» in un lungo corsivo dedicato alla ricorrenza della firma dei Patti Lateranensi, avvenuta 78 anni fa, l’11 febbraio 1929. Inoltre, il quotidiano della Santa Sede, si sofferma sui rapporti definiti «esemplari» che intercorrono tra Chiesa e Stato e sul valore riconosciuto dalla Costituzione italiana alla famiglia fondata sul matrimonio (articolo 29). Il giornale vaticano, nel lungo editoriale, ripercorre le tappe che hanno costellato questo rapporto tra Chiesa e Stato: i Patti Lateranensi del 1929, il riferimento riconosciuto alla Santa Sede nella Costituzione italiana nel 1947 dall’articolo 7 e la modifica al Concordato del 1984. Per «l’Osservatore», tale rapporto «ha favorito un dialogo costante, rispettoso, costruttivo, che ha permesso alla Chiesa una piena libertà di svolgere in Italia la sua missione pastorale, educativa e caritativa, di evangelizzazione e di santificazione». Si tratta, continua la nota, «di un dialogo istituzionalizzato, che nel rispetto di una distinzione non conflittuale ma collaborativa fra istituzione ecclesiastica ed istituzioni civili, ha grandemente e positivamente favorito il perseguimento dell’obiettivo della promozione di ogni uomo e dell’intera comunità nazionale». Il quotidiano della Santa Sede, nel suo editoriale, è tornato sul recente incontro tra Benedetto XVI e il Capo dello Stato Giorgio Napolitano, avvenuto il 20 novembre scorso in cui venne ribadita «la proficua collaborazione tra Chiesa e Stato» chiamati «distintamente» a «promuovere il bene integrale» della collettività. L’articolo de «L’Osservatore» si conclude, riprendendo un pensiero del presidente Napolitano:«È sul terreno dell’educazione dell’uomo e del cittadino che oggi sembra doversi individuare una delle emergenze più gravi ed incombenti».
«Sui diritti delle persone siamo determinati a stabilire che cosa fare». Le coppie di fatto sono entrate, a leggere le agenzie, nel mega vertice dell’Unione direttamente per bocca di Romano Prodi. Ma altrettanto velocemente ne sono uscite, visto che dopo la relazione del premier nessuno si è sognato di mettere i piedi nel piatto della sua dichiarazione, solo apparentemente perentoria. Anzi i due diretti interessati (a far naufragare il progetto) se ne sono andati prima della fine della riunione. Clemente Mastella per il febbrone da influenza, Francesco Rutelli per andare negli studi di Ballarò. La partita quindi è rinviata, anche se diventa sempre più difficile capire a quando. E, ovviamente, cosa mai conterrà il disegno di legge del governo sulle coppie di fatto. Il consiglio dei ministri di venerdì 9 febbraio, ad esempio, potrebbe semplicemente scomparire dall’agenda di palazzo Chigi. Questa settimana ci sono da varare, nella riunione straordinaria di oggi, le norme contro la violenza negli stadi, poi si vedrà. Del resto lo aveva in qualche modo detto anche Barbara Pollastrini, evitando di rispondere ai giornalisti e limitandosi a sottolineare come la mozione votata settimana scorsa dalla camera dicesse che il governo sarebbe intervenuto «entro il 15 febbraio». Ma ovviamente il problema non è di tempi. Come dicono mesti dal ministero delle Pari opportunità e da quello della Famiglia, la questione delle coppie di fatto non è più nelle mani dei tecnici ma dei politici. «Ci dicano cosa vogliono, sciolgano i nodi e noi siamo pronti anche domani» si diceva così dagli uffici legislativi della Pollastrini. Qui però casca l’asino. Perché anche ieri il Vaticano e la Cei hanno sparato a zero. La bordata più pesante è arrivata dalla prima pagina dell’Avvenire. Più che un editoriale, «una nota della Cei» come dice chi se ne intende, ovvero il teodem Enzo Carra, per fare a pezzi qualsiasi ipotesi di legge sulle coppie di fatto. Dichiarando il «non possumus» dei vescovi proprio sull’articolo 1, reo di far nascere delle «para-famiglie» e annunciando un’imprecisata fine di mondotra il governo italiano e la chiesa. O ancor di più, visto che le coppie di fatto vengono definite «uno spartiacque che inevitabilmente peserà sul futuro della politica italiana». Ce ne è abbastanza per far imbelvire Franco Grillini, che giustamente dice che senza l’articolo 1 «la legge non ha più senso». Ma questa volta per fortuna il presidente onorario dell’Arcigay non è solo. Persino Rosi Bindi non ha apprezzato, tanto che, quando qualcuno le ha chiesto un commento su Avvenire risponde velenosamente «Mi dispiace ma non parlo bene il latino». Si sa che la ministra della Famiglia non è donna che ami essere pressata, forse nemmeno da santa madre chiesa. Come la sua collega Pollastrini, con cui pare abbia ricostruito un asse di ferro, vuole che il governo esca dall’impasse. O quantomeno liberarsi della patata ormai troppo bollente che si trova per le mani. Scaricandola per l’appunto sul tavolo di palazzo Chigi. «Io e il ministro Bindi stiamo lavorando, ce la mettiamo tutta – le ha fatto eco la titolare delle Pari opportunità – Ma poi ognuno in consiglio dei ministri si assumerà la propria responsabilità». Chiara allusione a Mastella e Rutelli, i due che finora paiono aver sposato in toto la crociata dei vescovi. Il primo più che il secondo, perché in realtà c’è chi dice che in fondo con il vicepremier si può trattare. I teodem, che oggi terranno la loro conferenza stampa, non sono poi così determinanti nella Margherita. Ma il punto, per chi tiene più alle coppie di fatto che alla tenuta costi quel che costi del governo, è sempre lo stesso. Che cosa Prodi è disposto a dare in cambio, nel testo della legge, a papa Ratzinger o più semplicemente ai «super cattolici» dell’Unione.
La smentita vivente a Silvio Berlusconi, che ritiene che i gay stiano «tutti dall´altra parte», è Enrico Oliari, tessera di An e presidente di GayLib, l´associazione che riunisce gli omosessuali di centrodestra. La battuta di Berlusconi vi ha fatto ridere? «Ci ha umiliato. E´ incredibile che il leader della nostra coalizione sostenga che l´omosessualità abbia un colore politico. E´ una cosa mortificante. Non vorrei che certe battute del presidente Berlusconi ci facessero perdere nuovamente le elezioni per ventimila voti, magari di gay stanchi della sua omofobia». Perché, Berlusconi sarebbe un omofobo? «E´ evidente, non è la prima volta che ci offende. Ricorda la sua barzelletta sulle sabbiature che raccontò in campagna elettorale? Un sieropositivo va dal medico e gli chiede: “dottore, cosa posso fare per la mia malattia?” Il medico risponde: “faccia le sabbiature”. “Ma dottore, mi faranno bene?” Bene no, risponde il medico, ma sicuramente si abituerà a stare sotto terra». Una barzelletta. «Pensa di essere simpatico con queste battute prive di gusto, ma ogni volta che le spara sono pietre. Vedi quello che è successo con la moglie. Sembra Paperino, ne combina una dopo l´altra». Al fondo, non negherà che a sinistra i gay siano più visibili… «I gay ci sono anche a destra, ma cambia il modo di esserlo». Si resta coperti?«Sì, perché nel centrodestra c´è più chiusura, è più difficile essere accettati. Ne so qualcosa anche io. Ma l´omosessualità c´è eccome, basti pensare al mondo dell´imprenditoria milanese, al mondo della moda». Cosa vorrebbe dire al Cavaliere? «Di imparare dal suo amico Aznar, un leader di ben altra caratura. Che ha riconosciuto le coppie di fatto molto prima di Zapatero. Per questo penso che per la nostra coalizione ci sia bisogno di un capo più serio, magari Fini».
« Stiamo valutando con un avvocato se ci sono gli estremi per una denunica » . Il circolo Pink vorrebbe portare in tribunale, con l’accusa di istigazione all’odio, il vescovo Carraro. A far infuriare il circolo gay una dichiarazione di padre Flavio, in cui ha definito « innaturali » le coppie omosessuali. « Un giudizio – spiega il circolo – fortemente discriminante per tutta la comunità gay, lesbica e trans veronese. Per la nostra tutela e per il rispetto dei nostri diritti umani stiamo pensando di ricorrere alle vie legali. Le dichiarazioni del vescovo servono solo a creare ulteriori pregiudizi » . Il circolo si augura anche che il sindaco Zanotto non raccolga l’invito di padre Flavio a creare corsi di formazione per il matrimonio civile. Un « invito » ritenuto un’ingerenza da parte della chiesa nell’amministrazione pubblica. « Verona è tra l’altro l’unico Comune d’Europa ad aver approvato una mozione antigay nel 1995 » . Anche per questo gli esponenti del Pink parteciperanno sabato alla manifestazione romana del « No Vat».
Secondo quanto raccontato dal presentatore stesso durante la serata di premiazione dei Telegatti, a rivolgergli la domanda di natura strettamente personale è stato l’autore Pasquale Romani, prima ancora che venisse assegnata a Insinna la conduzione del gioco a premi di Rai Uno. Per questo, si chiede Luxuria – rivolgendosi al governo – “se in sede di provini la distinzione di orientamento sessuale possa essere una discriminante per la conduzione delle trasmissioni televisive del servizio pubblico nazionale”.
E sulla vicenda interviene anche il deputato diessino, leader storico dell’Arcigay, Franco Grillini: “Farò una lettera alla commissione di Vigilanza Rai e approfitterò dell’occasione – dichiara – per porre la questione della par condicio e dell’accesso degli omosessuali all’informazione tv. C’è un problema nel rapporto tra la questione omosessuale e l’informazione Rai: ne avevo già parlato col presidente Petruccioli, e lui mi aveva dato ragione”.
E anche Sergio Lo Giudice, che dell’Arcigay è presidente nazionale, giudica “inammissibile” la domanda rivolta a Insinna. “Lancio però un appello – esorta – a tutti coloro che ricoprono un ruolo pubblico: fate ‘coming out’, questa infatti è la più formidabile arma contro le discriminazioni omofobiche”. [...]
