Leggevo stamattina su Repubblica del ddl Carfagna che cambierà dopo 50 anni la legge Merlin, attuando un giro di vite non solo su chi si prostituisce per strada ma anche sui clienti, che rischiano un arresto che va dai 5 ai 15 giorni ed un’ammenda da 200 fino a 3000 euro!
Il ddl vuole dare uno schiaffo a chi sfrutta la prostituzione, in particolare quella femminile, introducendo il reato di prostituzione in strada e luogo aperto al pubblico, ma non prevede il ritorno delle case del piacere.
“Le case chiuse – afferma la Carfagna – legittimerebbero la prostituzione, il nostro ddl è invece punitivo. Non la regolamenta ma la contrasta duramente” ha precisato la ministra. Che continua: “Come donna, le case chiuse mi fanno rabbrividire… Come donna nelle istituzioni so che esiste e cerco di contrastarla”.
Mi chiedo se la Carfagna sia realmente convinta di “risolvere il grattacapo”, o se non stia piuttosto facendo lo sbaglio di mitizzare un fenomeno che andrebbe studiato ed affrontato in un altro modo.
A tal proposito credo sia utile conoscere l’opera di chi si è interessata alla questione non demistificando la prostituzione e cercando di dipingerla quale è e non secondo stereotipi, approssimazione o ideologia.
Mi riferisco a Carla Corso, presidentessa del Comitato per i Diritti Civili delle Prostitute, che tra l’altro stamattina in una nota ha risposto alle affermazioni della Carfagna che ha affermato “di provare orrore per chi vende il proprio corpo”, dicendo che eppure “la signora ha usato il suo corpo per arrivare dove è arrivata, facendo calendari. Basta aprire internet per vedere le sue grazie“.
E a Giulia Garofalo, dell’International Committee on the Rights of Sex Workers, ricercatrice in economia politica, collaboratrice di NextGENDERation, che ha portato avanti uno studio interessantissimo sulle sex-workers in Europa, sfociato nella presentazione in Parlamento Europeo di due importanti documenti: la Dichiarazione dei diritti delle/i sex workers, che mette in chiaro quali sono i diritti delle/i sex workers secondo la legislazione di diritti umani internazionali gi vigente in Europa, e identifica le misure che devono essere prese dagli stati al fine di rispettare e garantire i diritti delle-i sex workers; e il Manifesto delle/i sex workers in Europa, un documento che mette per iscritto una visione condivisa di una società giusta, diviso in tre parti: “oltre la compassione e la tolleranza, per il riconoscimento dei diritti” (ispirato al titolo del Documento del Comitato di Pordenone), “le nostre vite”, “il nostro lavoro”.
Sempre dall’intera conferenza sono state approvate una serie di Raccomandazioni su precisi cambiamenti richiesti a diversi paesi dove le particolari situazioni di ingiustizia e repressione devono essere cambiate al più presto. Ne cito solo alcune tanto per rendere l’idea:
- Le politiche intese a rendere le professioni del sesso invisibili e ad evincere i professionisti del sesso dai luoghi pubblici contribuiscono alla stigmatizzazione, all’esclusione sociale e alla vulnerabilità di questi lavoratori/trici;
- I governi dovrebbero proteggere i diritti umani di tutti i professionisti del sesso, uomini, donne o transessuali, immigrati o nazionali;
- Le professioni del sesso sono lavoro, lavoratrici e lavoratori del sesso sono lavoratori/trici e come tali vanno riconosciuti/e;
- I governi devono garantire a professioniste/i del sesso di poter lavorare in condizioni di sicurezza e igiene al pari di qualunque altro lavoratore/trice.
Se proviamo ad immaginare un mondo diverso, migliore, lo vediamo con o senza prostituzione?
Questa è una delle domande che si è posta Giulia Garofalo, definendola come fuorviante e truccata, perchè di fatto cancellerebbe la realtà di centinaia di migliaia di persone che fanno e comprano lavoro sessuale.
” Per mettere in discussione le ingiustizie sociali, quello che bisogna fare non è immaginare un mondo senza conflitti né potere. E neanche inseguire le promesse della “liberazione sessuale” di cui molte femministe, poi Foucault e i movimenti queer ci hanno insegnato a non fidarci. Si tratta invece di sviluppare il potenziale di resistenza, a seconda delle diverse situazioni di prostituzione. E’ importante emancipare, attraverso il mercato, un lavoro tradizionalmente non pagato. Ma c’è dell’altro. C’è qualcosa che ha che vedere con una differenza fra ciò che fa un/a infermiera/e e ciò che fa un/a sex worker. E questa specificità è che la/il sex worker, per fare il proprio lavoro, deve fare un uso diretto e strumentale del proprio stigma – come donna, come nera, come gay etc. Deve cioè imparare a riconoscere il funzionamento della sessualità come sfera di riproduzione dei rapporti di potere che la/lo stigmatizzano e usarla a proprio vantaggio. Deve farlo in modo trasparente, nudo, cosciente, teatrale. In quanto performance esplicita, il sesso pagato ha allora la capacità di “scoprire le carte”. Può aprire, in certe circostanze materiali tutte da conquistare, uno spazio di gioco e dissonanza capace di rivelare, come in un pastiche , che lo “stesso sesso” fatto fuori dal commercio, il sesso cioè considerato “normale”, in realtà di normale e naturale non ha proprio niente, ma è invece un affare profondamente politico”.
Dunque le misure repressive non possono far altro che aumentare la violenza e il rischio di sfruttamento lavorativo, dal momento che spingono solo all’illegalità e alla clandestinità, all’esclusione e alla marginalizzazione sociale, rinforzando lo stigma che è la causa della emarginazione e dell’ abuso dei diritti fondamentali della persona!
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