Una nuova stella brilla in cielo

Si è spenta ieri Moira Ferrari, attivista di “Azione gay e lesbica” e dell’ associazione lesbica separatista “L’Amandorla”. E’ stata inoltre una delle fondatrici di Arcilesbica e delle settimane lesbiche.

Nel suo curriculum così si descriveva: «Splendida quarantenne dell’Acquario, filologa romanza, insegna lingua e letteratura francese e si divide tra il Mugello, Firenze e Tokyo, dove vive la sua compagna. È lesbica e separatista da quando ha memoria di sé... guida imperterrita una Renault 4 bianca; era una delle Lesbiche contronatura; legge libri per Towanda! e ne traduce per Il Dito e La Luna, presso cui presto uscirà il suo primo romanzo; ama i Simpson, le Superchicche, South Park, Emily the Strange, ER, Desperate Housewives, le Gilmore Girls, la letteratura arturiana, i giochi di parole, il surrealismo e Virginia  Woolf ».

E’ possibile trovare suoi articoli sulla “Bollettina del CLI” e su “Towanda!”; un divertente ed amaro saggio in cui racconta la storia e la fine delle tre “Settimane Lesbiche” (1991, 1996, 1998) si trova nel libro “Il movimento delle lesbiche in Italia” (si può ascoltare letto da lei a Roma nel 2007 su radioradicale ). Gli incontri avevano come titolo globale «Tre Settimane». Soltanto che si trattava, già nelle intenzioni delle organizzatrici,di tre Settimane scandite negli anni. Ma lei presentò il suo intervento con un titolo che alludeva ad un film di culto, «Due settimane e mezzo». Infatti nel 1998, dopo «L’idillio» del ’91 e «Il sospetto» del ’96, si arrivò, appassionatamente a «La rottura» del 1998. Il problema era il separatismo, o no, ma, questa volta, si trattava della scelta di stare o no con le associazioni gay.

Così Azione gay e Lesbica di Firenze la ricordano:

“La ricorderemo, avvolta nel suo mantello di astracan, mentre chiaccherava ininterrotamente durante le assemblee, durante i momenti di relax e quelli di lavoro, di notte e di giorno, sempre. Un abbraccio va a Francesca, la sua compagna e a tutte/i coloro che, come noi, l’hanno amata.

Domani, 30 settembre, alle ore 16 si terrà il funerale a Pistoia a partire dall’abitazione dei genitori sita in via Busoni 1″.

Macchine lesbiche desideranti
In ricordo di Moira Ferrari

Le lesbiche si vestono di colori cupi o acidi
Le lesbiche idolatrano la propria automobile, anche la moto,
nei casi peggiori il camion

le lesbiche fumano
le lesbiche bevono
le lesbiche non fanno una vita sana
le lesbiche vivono di notte
le lesbiche vivono al chiuso di discoteche, di circoli politici,
nei casi peggiori nelle loro case

le lesbiche vivono di parole spesso elettroniche
le lesbiche utilizzano giocattoli sessuali
le lesbiche si ornano con piercing e tatuaggi
le lesbiche si tagliano i capelli
le lesbiche si vestono
le lesbiche utilizzano freneticamente telefonini,fax computer

le lesbiche praticano sesso sicuro (o è quanto sperano le linee lesbiche)
le lesbiche amano intervenire sull’ambiente
le lesbiche abitano le città del loro tempo
le lesbiche non dimostrano la loro età
si vestono da ragazzine
raramente si riproducono e quando lo fanno è spesso con mezzi poco ortodossi

vivono in formazioni affettive e sociali irregolari
le lesbiche, semplicemente con la loro presenza,
che lo vogliano o meno, modificano la realtà.
Le lesbiche sono creature artificiali, non previste dai piani
Le lesbiche nascono, figlie di loro stesse,
nelle metropoli della modernità,
la natura non è la loro madre.

Moira Ferrari

Fonte: Lli

Tempo di Sport!

Quante volte vi è capitato di pensare che vi sarebbe piaciuto praticare uno sport senza essere vittime di pregiudizio o discriminazione? Quante volte vi siete chiesti dell’esistenza o meno di un ambiente sportivo gay o gay friendly?
Poter essere liberi di essere se stessi e divertirsi è possibile in diverse città d’Italia, dove varie associazioni sportive, spesso nate da un gruppo di amici, portano avanti la passione per lo sport non facendo alcuna distinzione di sesso, orientamento o identità di genere.

Le possibilità sono numerose, dal nuoto allo sci, dalla pallavolo al calcio, ma anche canoa, golf e tennis!

E’ possibile trovare gruppi italiani di nuoto a Verona, Bologna, Roma, Torino e Milano. Le associazioni, denominate “Gruppo Pesce”, nascono spesso da un’accozzaglia di amici per dare un’ occasione alle persone di incontrarsi e di praticare sport in un ambiente allegro e amichevole, ma con la voglia di mettersi in gioco!

Per la pallavolo esistono il Bogavolley a Bologna, il GateVolley a Milano, le Ienevolley a Brescia e il MaterialGuys a Firenze. Questi ultimi hanno partecipato a molti tornei italiani ed ad alcuni tornei internazionali tra i quali gli EuroGames 2008 di Barcellona dove la squadra ha vinto la medaglia d’argento del suo livello.

Per praticare lo sci basta rivolgersi allo SciG di Milano o allo SciG Veneto, che tra le altre cose propone delle uscite domenicali che prevedono pranzo con degustazione vini in cantina!

Per quanto riguarda il tennis è possibile partecipare al gruppo A.T.Omo di Milano o ad un’associazione nata da poco con sede a Roma, Torino e Pisa: il gruppo Yellow. Quest’ultimo è stato il primo gruppo in Italia che ha adottato la parità tra uomini e donne all’interno del direttivo. Inoltre ha organizzato interessanti iniziative durante il corso dell’anno, come il “Torneo Fiori di Pesco” a Maggio, un torneo all’interno del Les Week tenutosi a Luglio a Torre del Lago, ed è previsto il “Torneo della Vendemmia” a Roma il 4 e 5 Ottobre.

L’esistenza di associazioni sportive gay o gay friendly è molto importante dal momento che è assai diffusa la discriminazione degli omosessuali in questo ambito, rischiando di essere esclusi o non presi sul serio.

Ricordate le affermazioni di Moggi di qualche mese fa? “Un omosessuale non può fare il calciatore!

Quanti professionisti devono addirittura temere di perdere il posto in squadra e i contratti con gli sponsor? Lo sport dovrebbe proporsi di diffondere l’integrazione di tutti, anche degli omosessuali, nella società, offrendo un modello positivo di visibilità, aggregazione e impegno.

La lotta alla discriminazione per le persone Lesbiche e Gay, tramite lo sport, ha visto Roma al centro di un dibattito grazie alla candidatura della capitale ai ‘Gay Games’ Europei del 2011, denominati EUROGAMES, che sono le olimpiadi Gay che coinvolgono oltre 40 Nazioni e 8.000 atleti lesbiche e gay impegnati in più di 20 discipline sportive.

Così ha dichiarato l’On. Paola Concia:

La Regione Lazio è intenzionata a supportare questo tipo di eventi sempre con maggior forza ed impegno, in quanto, riteniamo la lotta alle discriminazioni un elemento prioritario della nostra azione di governo. Inoltre, chiederemo anche il supporto di altre istituzioni ed Enti, per mostrare ai club gay di tutta Europa, che l’Italia è pronta anche per ospitare competizioni sportive internazionali a sostegno delle battaglie contro le discriminazioni, al pari delle altre nazioni europee.”

E allora siete pronti per una stagione ricca di sport?

Homo Fobicus

«L’omosessualità è una malattia mentale» dice un ragazzo. «L’anno prossimo a Bergamo si svolgerà il Gay Pride» spiega l’intervistatore. «Penso che porterò una Molotov» ribatte un ragazzo per strada. «Dovrebbero vergognarsi», «Fan schifo», «Sono persone malriuscite».

Questi sono i commenti di alcuni cittadini bergamaschi che si ascoltano nel cortometraggio «Homo Fobicus. L’involuzione umana all’alba del terzo millennio». Da giugno è stato possibile trovare  trovare sul web il trailer del cortometraggio che indaga sull’atteggiamento nei confronti del «pianeta» gay. «Il documentario è il proseguimento di un percorso iniziato più di un anno fa insieme a Arcigay e Arcilesbica – spiega Alessandro Esposito, coordinatore dei Giovani Comunisti -. L’idea ci è venuta dopo la bocciatura della proposta del registro delle unioni civili da parte del Consiglio comunale. In quell’occasione il consigliere Fulvio Paparo (Lista Bruni) affermava: «Consentire a priori che si formino famiglie anomale aventi medesimi diritti e garanzie di quelli naturali significa davvero stravolgere in profondo il sistema sociale». E poi: «Allora come si sceglie l’identità sessuale così si deve poter scegliere il modello di convivenza che soggettivamente si riconosce come più confacente». E poi provocando: «Tra quelli disponibili nessuno dovrebbe di principio essere escluso, nemmeno per quanto l’ipotesi possa essere triviale: quello promiscuo uomo-animale, così come l’incesto, la poligamia, la pedofilia». Il trailer del documentario, infatti, si apre proprio con le parole di questo consigliere. «Una bocciatura che è stata accompagnata da toni offensivi in aula, come documenta il filmato», afferma Alessandro Esposito.

Il docufiction è stato selezionato per la quarta edizione del Venice Gays: giornate di Cinema Omosessuale, che avrà luogo a Mestre dal 17 al 19 Ottobre.

L’anteprima nazionale sarà presentata sabato 4 ottobre, presso l’Auditorium di Piazza della Libertà di Bergamo.
Seppure il documentario non si ponga alcun obiettivo statistico o rappresentativo, le risposte sono tuttavia significative, paradigmatiche di un atteggiamento omofobo diffuso. Alla violenza verbale della prima parte il film contrappone poi la gentilezza, la ragionevolezza, l’intelligenza del mondo GLBT che si esprime attraverso la proprie associazioni o personaggi rappresentativi: Nichi Vendola, Rita De Santis (presidente nazionale Associazione Genitori degli Omosessuali), Luca Trentini (presidente Arcigay Orlando Brescia), Giulia Lorenzi (presidentessa Arcilesbica Bergamo), Gloria Sosta (associazione Lily Elbe, associazione per il supporto e il sostegno a persone transessuali). In chiusura, assieme ai titoli di coda, nota di speranza finale, scorrono poi le immagine e le parole dei cittadini bergamaschi che, invece, nel corso delle interviste, hanno dichiarato il proprio supporto al riconoscimento di pieni diritti per omosessuali e transessuali.

Il film, opera di Cinefreak (un collettivo di giovani bergamaschi) e prodotto con il sostegno finanziario di Arcilesbica Bergamo, Rifondazione Comunista e CGIL, vuole essere un sasso nello stagno, il tentativo di svelare l’ipocrisia diffusa di una città, Bergamo, in nulla diversa dalle altre dove, dietro ad una facciata pubblica perbenista e tollerante, si nasconde preoccupantemente discriminazione, omofobia e talvolta, purtroppo, anche una violenza che passa da piano verbale a quello fisico. A fronte della preoccupazione e della tristezza per un diffuso sentimento xenofobo (che non colpisce solo omosessuali, ma tutti i diversi in generale, immigrati, rom…), la speranza ci viene però dalla consapevolezza di un processo inesorabile che, in Italia come da anni in altre parti del mondo, giungerà a sconfiggere l’oscurantisco e l’intolleranza in nome dell’accettazione di tutti, come, anche a Bergamo, diversi segnali ci fanno intuire, dalle migliaia di cittadini che a suo tempo firmarono la petizione per l’istituzione di un registro delle coppie di fatto all’attenzione, in ultimo, che in questi mesi questo nostro film ha avuto.

Qui è possibile guardare il trailer: http://www.homofobicus.tk/

“Mi dicevano: sei lesbica!”, così si confessa Amanda Knox

PerugiaHanno chiacchierato a lungo la notte del primo novembre, tra i ricordi di un’adolescenza appena lasciata alle spalle e qualche tiro di canna per alleviare la tristezza. Intanto a Perugia, a pochi chilometri da lì, secondo il loro racconto, qualcuno uccideva Meredith Kercher. Qualcuno, ma non loro: Amanda Knox quella notte si trovava a casa di Raffaele Sollecito a parlare «delle persone che eravamo». Lo studente di ingegneria raccontava all’amica-amante delle sofferenze patite quando a scuola tutti lo prendevano in giro perché si era sparsa la voce che era un appassionato di “Sailor Moon”, cartone animato giapponese destinato ad un pubblico femminile. Amanda aveva cercato di consolarlo, raccontandogli dei suoi anni di adolescente a Seattle: «Gli ho raccontato di come al liceo fossi antipatica a molti perché la gente pensava che fossi lesbica».
Il racconto è firmato Amanda Knox, che nelle sue memorie scritte ha descritto la sua versione dei fatti: quella notte lei e Sollecito si trovavano a casa di quest’ultimo a parlare: «E’ stata una conversazione molto lunga – si legge negli appunti pubblicati dal “Sunday Times” - ma è accaduta e deve essere accaduta proprio mentre Meredith veniva uccisa». Ora il manoscritto è al vaglio degli inquirenti, insieme alla relazione della polizia scientifica.

E mentre noi lottiamo ogni giorno per combattere contro discriminazioni e violenze, in Italia basta dire di essere stati ingiustamente accusati di avere tendenze omosessuali per provocare pietà.

E’ più che probabile che si tratti di una mossa che non ha alcuna incidenza giuridica ma che smuoverà certamente l’opinione pubblica in un paese come l’Italia dove un cartone animato può subire la censura del Moige perchè portatore di «confusione sull’orientamento sessuale degli spettatori».

In difesa della libertà di espressione, della Costituzione, della democrazia

Qualche giorno fa scrivevo della mobilitazione contro la sentenza siciliana che di fatto condanna l’informazione sul web come illegale e della condanna per stampa clandestina di Carlo Ruta.

Riporto di seguito l’intervista a Ruta, realizzata da Enrico Natoli, nella speranza di diffondere quanto più possibile questa vicenda secondo me gravissima e che da l’idea dello stato di cose in Italia!

Ci può raccontare la nascita di “accadeinsicilia”? Che tipo di informazione poteva trovare un lettore nelle pagine del sito?

Faccio una premessa. A partire dalla metà degli anni novanta, dopo le stragi di Capaci e via D’Amelio ho deciso di integrare il mio impegno, prevalentemente di tipo storiografico, con una serie di inchieste sul terreno, su talune realtà della Sicilia, volgendo in particolare l’attenzione sulle aree orientali, da Catania a Gela, da Siracusa a Vittoria. In tali luoghi infuriavano in quel periodo guerre di mafia che sconfessavano il mito di una Sicilia “differente”. Sono stati quindi anni difficili, in cui mi trovavo a fare i conti con avvertimenti di ogni tipo. Raccoglievo gli esiti delle inchieste su libretti che mi venivano pubblicati da “La Zisa”, una casa editrice palermitana, condotta da Maurizio Rizza dell’Istituto Gramsci. E in quel contesto ho scoperto, a fine decennio, il web. Ho valutato le possibilità di comunicazione inedite che mi avrebbe potuto offrire tale strumento, quindi ho creato “Accadeinsicilia”, nel 2001. Sin dall’inizio la mia idea è stata di congiungere le due prospettive: quella storiografica e quella dell’informazione. Dalla prima è nata la sezione “Giuliano e lo Stato”, con altre che documentano l’immagine della Sicilia nei secoli della modernità. Dalla seconda sono scaturite le inchieste sul presente, a partire da quella sull’uccisione del giornalista Giovanni Spampinato.

Come è avvenuta la chiusura di “accadeinsicilia” e la successiva apertura di “leinchieste”?

Dopo il 2000 ho deciso di portare l’investigazione sul terreno dei poteri forti. Mi sono occupato, con resoconti cartacei e on-line, di alcune potenti banche, dall’Antonveneta del nord-est alla BAPR, del caso appunto di Giovanni Spampinato, dei nessi fra Danilo Coppola e i salotti della finanza nazionale, di tangenti miliardarie nell’est della Sicilia. Le reazioni al lavoro d’inchiesta si sono fatte allora differenti. I boss avevano dimostrato di possedere una sorta di codice, che in qualche modo me li aveva reso prevedibili. Ne sentivo il fiato addosso, e tuttavia riuscivo ad avvertire in loro una specie di rispetto, seppur malinteso, nei riguardi del mio lavoro. I poteri forti dell’isola, quando si sono sentiti posti in discussione, hanno messo in opera una strategia di attacco che fino ad oggi non ha conosciuto soste. E in tale cornice nel dicembre 2004 è arrivato l’oscuramento di “accadeinsicilia”. Si è trattato di un atto gravissimo, fortemente lesivo di un diritto costituzionale. Ho provveduto quindi, dopo una breve interruzione, a ripristinare Il lavoro di documentazione e d’inchiesta on-line attraverso l’apertura di un altro blog, “Leinchieste” appunto, presso un server degli Stati Uniti.

Come sono nati i processi? Di cosa è imputato? Come si sono conclusi?

Quando mi sono occupato delle mafie militari, delle bande che imperversavano nel Gelese, nell’Ippari, nel Siracusano e in altre aree, ho ricevuto circa quindici querele, soprattutto da parte di amministratori pubblici, a vario titolo chiamati in causa. E da tutti i processi che ne sono scaturiti sono uscito vincente. Ma negli anni successivi, quando si sono mossi i potentati finanziari e alcuni ambiti istituzionali, le cose sono cambiate: a partire appunto dall’oscuramento di “Accadeinsicilia”. Solo per aver denunciato gli insoluti del caso di Giovanni Spampinato, oggi riconosciuti pure dalla Commissione Antimafia, sono stato investito, perlopiù su sollecitazione di un magistrato, da otto procedimenti giudiziari per diffamazione, fino a oggi in corso. Nel 2006, fatto che ha suscitato indignazione in Italia, sono stato condannato da un giudice non togato a otto mesi di carcere solo per aver accolto nel blog la testimonianza di un cittadino su un affare di tangenti. Nel luglio 2008 sono stato condannato in Appello, ancora per diffamazione, a un risarcimento inaudito, solo per aver espresso delle critiche, che il giudice di primo grado aveva riconosciuto come legittime, nei riguardi di tre magistrati catanesi, due dei quali fatti oggetto peraltro di diverse interrogazioni parlamentari. Rappresentativa della situazione rimane comunque la condanna, unica in Italia e in Europa, che mi è stata inflitta nel maggio scorso per stampa clandestina, solo per aver curato Accadeincilia, un normalissimo blog appunto, che tuttavia è stato reputato dal giudice Patricia Di Marco né più né meno che un giornale quotidiano.

Negli ultimi anni ci sono stati altri casi di richieste di risarcimento e di condanne nei confronti di storici e studiosi. In genere le richieste provengono dal mondo politico. Ci può dare il suo punto di vista su questi episodi? Hanno dei punti di contatto con la sua vicenda? Infine, come funziona il rapporto tra informazione e politica? Bossi nel’ 98 diceva che Berlusconi era l’uomo di Cosa Nostra al Nord e oggi governano insieme. Può essere sufficiente la spiegazione che Bossi usa un linguaggio colorito, mentre per gli storici fioccano i processi?

La querela per diffamazione, come di recente ha bene argomentato Giovanna Corrias Lucente su Micromega, rappresenta oggi un esteso business. Per tradizione costituisce in ogni caso una importante arma che i potentati del paese, centrali e territoriali, possono usare, senza rischi e con guadagno facile, per impedire l’esercizio dell’informazione libera. La censura legale serve in effetti a intimidire il giornalista, detta norme di condotta all’intera categoria, lancia suggerimenti di cautela alle comunità di riferimento, all’opinione pubblica. Mi pare emblematico al riguardo il caso di Paolo Barnard: portato in tribunale da una multinazionale farmaceutica con pretese di risarcimento inaudite, isolato per tale motivo dal team di Report per cui lavorava, privato infine di ogni difesa legale da parte della RAI. Va d’altra parte considerato che il giornalista d’inchiesta, una volta rinviato a giudizio, non sempre può difendersi in modo pieno. Il vincolo della riservatezza della fonte, cui non può sottrarsi, può impedirgli infatti di esibire per intero gli elementi in suo possesso. E non per questo smette di essere, come ci viene ricordato dal mondo anglosassone, il cane di guardia della democrazia. Si può disattivare allora l’arma della querela temeraria, intimidatoria appunto, senza che si debba correre il rischio opposto; quello cioè di una sorta di impunità, in tutto e per tutto, per chi esercita il mestiere di cronista? Delle soluzioni, degne di una democrazia matura, esistono. Dovrebbero essere fissati dei limiti al risarcimento civile, per liberare il giornalista dalla minaccia di una condanna a vita, tale da condizionarne per intero l’iter professionale. Dovrebbe scomparire lo spauracchio delle pene carcerarie perché anacronistiche, incivili, a misura dei regimi autoritari. Dovrebbe essere impedito per legge il “primo colpo” della querela, attraverso la riformulazione dell’istituto della rettifica.

Perché si avverte l’esigenza di muoversi al di fuori dei canali informativi tradizionali? Quanta parte della storia siciliana e nazionale deve essere ancora raccontata?

A ragione viene detto che il giornalista d’inchiesta deve possedere l’indole del “lupo solitario”, che lo porta nei luoghi più impervi, i meno accessibili, i più pericolosi, per ciò stesso i più prossimi alle verità taciute. Per quanto mi riguarda, mi trovo spesso a percorrere vie divergenti, che richiedono il massimo di scioltezza operativa. Di certo, tale modo di essere può sollecitare l’approccio a canali informativi differenti. Ed è il mio caso, essendomi espresso maggiormente attraverso i libri e, più di recente, la rete. Ma non esiste una regola precisa, perché, come testimoniano innumerevoli storie personali, da Tommaso Besozzi ai nostri giorni, anche nei media tradizionali, perfino in quelli ostentatamente d’ordine, possono aprirsi varchi d’inchiesta di tipo divergente: cosa che accade quando il cronista riesce a imporre alla proprietà della testata la propria competenza. Per quanto riguarda l’altra parte della domanda, sulla storia non ancora raccontata, la situazione può essere resa come una scena teatrale, al buio, solcata da fasci di luce, che raffigurano lo stato delle conoscenze effettive, liberate cioè, oltre che dalla dimenticanza, dallo stereotipo e dal mito. In tale buio dominante, si perdono gli affari di Stato, lo stragismo, le trame dell’alta finanza, i delitti siciliani degli anni ottanta-novanta. E non solo: si cela tutto quel che non conosciamo, dalle mafie che non sono state mai classificate come tali alle ingiustizie senza voce e senza nome che percorrono il presente. Per il “lupo solitario”, evidentemente, il lavoro non manca. Ma non mancano pure i rischi.

E in tale scena, come si collocano gli affari dei poteri forti: stanno al buio o alla luce?

I poteri forti di oggi, quelli che tirano in particolare le fila della finanza, non fanno la democrazia. Costituiscono bensì un punto di collasso della medesima. Tanto più in Italia sono da tenere quindi sotto stretta osservazione. Quelli di un tempo, pensiamo agli Agnelli del primissimo Novecento, potevano permettersi di rispettare le regole di un regime liberale, potendone trarre anche guadagno. E quando tali regole andavano strette esistevano delle vie praticabili: la dittatura, come si ebbe con i fascismi europei degli anni venti e trenta, l’avventura bellica, l’assalto neocoloniale, lo stato d’assedio, e così via. Gli scenari adesso sono cambiati, nell’Occidente tutto, quindi pure in Italia. E negli ultimi tempi, quelli dell’economia senza confini e del web, in modo determinante. Non sono praticabili o consigliabili le svolte reazionarie vecchio stampo. Le guerre sono divenute un affare di pertinenza americana. Trovandosi allora a dover operare su un terreno stabilmente definito, senza poter uscirne con atti di forza dentro o fuori, i potentati finanziari si trovano nella “necessità” di violare in modo strategico le leggi, di corrodere la sostanza democratica, travisandone il senso, con l’adozione di metodi che, avallati da ceti politici ad hoc, non differiscono tanto da quelli delle società “onorate”. E’ un po’ la genesi del berlusconismo, del regime delle impunità dei nostri giorni. Compito essenziale del giornalista d’inchiesta, guardiano appunto delle libertà civili, è allora quello di alzare i sipari delle trame, di togliere la maschera ai poteri che vilipendono lo Stato di diritto, al centro come in periferia, ovunque. E’ utile sottolineare che i potentati finanziari sono forti proprio perché stanno al buio. Quando vengono illuminati diventano vulnerabili e talora, sotto il peso delle loro responsabilità rese pubbliche, si afflosciano. E’ stato il caso del governatore di Bankitalia Antonio Fazio, referente dei concertisti di Antonveneta. Assume perciò significato strategico la repressione in atto nei riguardi della libera comunicazione, quella che colpisce Paolo Barnard e tanti altri. Rivelano una logica mirata le nuove normative sulle intercettazioni telefoniche. E con tutto questo va coordinandosi l’attacco, destinato probabilmente a fare testo oltre i confini italiani, alla libertà sul web.

Perché i potentati della Sicilia hanno deciso di spegnere la sua voce? Quale pericolo hanno ravvisato nelle sue inchieste? E lei come reagisce a tali atti repressivi?

Il giornalista d’inchiesta, se fa il proprio mestiere con correttezza e dedizione, costituisce, come dicevo prima, un pericolo in sé, a prescindere da tutto. Per quanto mi riguarda ho sempre fatto il possibile per essere sufficientemente razionale, distaccato dalle situazioni che mi sono trovato ad esaminare. Ho sempre cercato di tenermi distante dalle paludi, che pure in Sicilia sono insidiose e pervadenti. Probabilmente, si vuole colpire questo mio modo di essere, che peraltro mi ha permesso di comunicare con tanta gente. Credo che non venga sopportato inoltre il mio scrupolo di documentazione, che mi viene un po’ dall’interesse per i fatti storici. E poi, naturalmente, tutto il resto. Come reagisco a tali atti repressivi? Continuando a studiare il passato e il presente, a documentare, a informare. Gli ultimi eventi, comunque, hanno fatto maturare in me una decisione. In quasi venti anni di lavoro ho raccolto un archivio personale che si compone di circa ventimila documenti, in massima parte originali. Con tali documenti ho potuto operare con profitto su una varietà di casi, a partire appunto dalle trame dell’immediato dopoguerra. Ecco, ho deciso di rendere pubblico e fruibile a chiunque questo archivio, spero entro l’anno corrente. E ne sto studiando i modi. Sento infine di dover intensificare il mio impegno sulla linea della libertà di espressione, perché la situazione nel paese, davvero preoccupante, ci sollecita tutti, operatori della comunicazione e cittadini, a una mobilitazione responsabile.

(fonte www.cuntrastamu.org)

La Francia chiede all’ONU la depenalizzazione dell’omosessualità

Vi ricordate cosa affermò qualche mese fa la Carfagna, da poco nominata ministra?

Riporto di seguito: «Sì, i miei amici omosessuali non mi dipingono una realtà così tetra per gli omosessuali del nostro Paese. Per questo, invece, sono pronta a sollecitare il nostro ambasciatore italiano presso le Nazioni Unite perché si faccia portavoce della richiesta della depenalizzazione universale dell’omosessualità». Tale affermazione risale al 19 Maggio 2008 , da allora si è udito di tutto, si sono visti pochi provvedimenti, e nulla comunque a difesa dei diritti degli omosessuali.

A smuovere qualcosa ci ha pensato la giovane ministra francese per i diritti umani Rama Yade che ha spiazzato un po’ tutti alla 61esima conferenza annuale delle organizzazioni non governative che si è tenuta la settimana scorsa al quartier generale dell’Unesco a Parigi. La ministra, infatti, ha intenzione di presentare a dicembre all’ assemblea generale delle Nazioni Unite una bozza di dichiarazione che chieda la decriminalizzazione universale dell’omosessualità, delle leggi antisodomia, quelle contro i rapporti tra persone dello stesso sesso e le leggi contro i presunti atti osceni nei 57 paesi dove queste legislazioni esistono ancora, sperando di ottenere una solenne dichiarazione ,  piuttosto che un voto sulla materia, che difficilmente passerebbe a maggioranza per premere, così, anche sugli oltre ottanta paesi di tutto il mondo che considerano completamente illegale l’ omosessualità,  e singole persone rischiano di essere imprigionate, torturate o condannate a morte.

Già  in Inghilterra il Primo Ministro aveva chiesto la depenalizzazione universale, e all’indomani dalla sua nomina Gordon Brown aveva dichiarato di  voler mettere in campo una strategia internazionale per promuovere i diritti in tuttio il mondo, compresi quelli degli omosessuali, a sostegno dei quali affermò: “Stiamo lavorando e continueremo a lavorare con i nostri partner stranieri e con le organizzazioni nazionali per proteggere i diritti di gay e lesbiche in tutto il mondo”.

La proposta dell’ esecutivo francese di sottoporre una determinazione alle Nazioni Unite segue logicamente la risoluzione dell’ anno scorso del Parlamento europeo a proposito dell’”omofobia” in Europa, che ha avuto come uno dei principali obiettivi polemici la resistenza della Polonia rispetto alla scelta di promuovere delle campagne di educazione nelle scuole per l’ accettazione dell’ omosessualità come un normale orientamento sessuale.

La risoluzione ricordava che il Parlamento Europeo “ha monitorato la proliferazione di affermazioni di odio verso la comunità GLBT in numerosi paesi europei” e che “il Parlamento ha già espresso le sue serie preoccupazioni rispetto alla situazione in Europa e principalmente in Polonia, condannando le dichiarazioni di incitamento alla violenza e alla discriminazione fatte dai leaders del Partito della Lega per la Famiglia Polacca e, principalmente, dal Primo Ministro e dal Ministro dell’ Educazione“.

Oggi in Italia si discute dei DiDoRé, del vittimismo o meno dei gay, o della realizzazione di un contratto per le coppie di fatto omosessuali che prende il nome di “Atto d’Amore”, ma ovvimanete regna il silenzio attorno all’iniziativa della Yade, nonostante durante il governo Prodi ci si mobilitò per la moratoria contro la pena di morte, ma soprattutto nonostante le dichiarazioni di qualche mese fa della nostra Ministra per le Pari Opportunità!

Sarebbe quanto meno logico che da parte dei gruppi della comunità GLTB italiana partisse un impulso o una campagna per appoggiare la moratoria, come segnale forte della volontà di portare avanti il riconoscimento di diritti che sebbene negati dai politici nostrani, tuttavia esistono!

Normalmente diversa!

Ho seguito attentamente tutta la polemica sorta in seguito alla lettera di Imma Battaglia e alle sue dichiarazioni sul “non siamo diversi”, e “lo Stato ci protegge ma comunque noi organizziamoci per la nostra sicurezza”. Il tram tram mediatico è stato notevole, e sinceramente non voglio sondare se si tratti di posizioni politiche, trasversali o no che siano. Leggo, poi, oggi, delle dichiarazioni di Brunetta e della proposta di legge sulle unioni di fatto Rotondi – Brunetta, “DiDoRé”, nome secondo me escogitato dopo una lunga notte di bevute e stornelli!

Le domande che mi sono posta in questi giorni sono parecchie, dal “ma io sono diversa? Come mi vedono gli altri?”, fino alle più scontate “ma quante discriminazioni ci sono ogni giorno?” perché se non ce ne fossero la diatriba avrebbe lasciato il tempo che trova, e non si lotterebbe ogni giorno per il riconoscimento di diritti che sono alla base di una società moderna.

Il vero nocciolo della questione, comunque, per me era tutto basato sulla percezione di “diversità”.
Penso che la diversità non sia un modo di essere ma di sentirsi.
Io mi sento diversa, io sono diversa dagli altri come gli altri lo sono da me, per tutta una serie di connotazioni caratteriali, di interessi, di capacità, oltre che per l’ orientamento sessuale.

Tuttavia, credo che se si vedesse la diversità come sfida per ogni identità, percependo la differenza non come un limite, ma come una risorsa ed un diritto, l’incontro con l’altro potrebbe essere in certi casi anche scontro, ma non sarebbe mai discriminazione. L’educazione diventerebbe allora scoperta e affermazione della propria identità e, contemporaneamente, valorizzazione delle differenze.

Mi sento diversa perché credo in modelli di vita alternativi, che tuttavia non mi allontano da valori importanti, o dalle leggi ufficiali. Ma se sono diversa sono anche “anormale”?
La distinzione tra normalità e anormalità non è un valore assoluto o eterno, ma una convenzione che può essere messa in discussione, criticata, modificata. Penso che a stabilire dove si collochi la parola normalità sia il rapporto tra l’individuo e la società in cui vive.
In poche parole, se io vivo in una comunità rispettando le regole, pagando le tasse, lavorando, non commettendo reati, perché dovrei essere anormale?
Ritengo che oggi il concetto di normalità stia diventando sempre meno definito, grazie anche alle lotte e al coraggio di molti! E allora è normale chiedere più sicurezza senza il bisogno di ghettizzarsi, è normale chiedere diritti, è normale perseguire le discriminazioni, e la mia diversità fornisce un valore aggiunto alla società in cui vivo così come quella di chiunque altro.

Per questo non voglio perdermi in discussioni tautologiche ma incitare a non abbandonarsi ad inutili commiserazioni o scontri, e continuare a lottare per il conseguimento di una condizione di vita serena e rispettata, andando avanti a testa alta e con la consapevolezza di essere normalmente diversi!

“Qualcosa del genere!”

Si terrà a Trento, dal 29 Settembre al 15 Dicembre, un ciclo di seminari su genere e identità organizzati dal Centro di Studi Interdisciplinari di GenereDipartimento di Sociologia e Ricerca Sociale, Università degli Studi di Trento.

L’iniziativa, “Qualcosa del Genere“, avrà come nucleo tematico la promozione della cultura di genere, in un’ottica interdisciplinare e intergenerazionale.

L’ inaugurazione è prevista per lunedì 29 settembre, con inizio alle 17, nell’aula 409 della Facoltà di Sociologia. I successivi seminari avranno inizio alle ore 18.00.

L’iniziativa prevede l’intervento di giovani studiose e studiosi di tematiche di genere che provengono da diverse realtà come la ricerca, il cinema, il teatro. Gli incontri saranno finalizzati alla promozione della consapevolezza ed al superamento degli stereotipi di genere, affrontando temi specifici (ad. es.: maternità, precarietà, identità queer, nuove tecnologie …), di volta in volta trattati con linguaggi e codici comunicativi diversi (narrativo, cinematografico, teatrale, del fumetto).
Il coinvolgimento di giovani studiosi e studiose che fanno ricerca sul genere in Italia da prospettive disciplinari diverse, sarà la premessa non solo alla costruzione di un inedito spazio (locale) di confronto intergenerazionale, ma anche alla creazione di una rete (nazionale) di giovani ricercatori e ricercatrici, nell’ambito della quale condividere approcci, esperienze e riflessioni sul genere.

Per informazioni:

Centro di Studi Interdisciplinari di Genere
Dipartimento di Sociologia e Ricerca Sociale
Università degli Studi di Trento
Piazza Venezia, 41 – 38100 Trento
Tel: 0461.881311

Nessuno tocchi il cliente!

prostitute

Leggevo stamattina su Repubblica del ddl Carfagna che cambierà dopo 50 anni la legge Merlin, attuando un giro di vite non solo su chi si prostituisce per strada ma anche sui clienti, che rischiano un arresto che va dai 5 ai 15 giorni ed un’ammenda da 200 fino a 3000 euro!

Il ddl vuole dare uno schiaffo a chi sfrutta la prostituzione, in particolare quella femminile, introducendo il reato di prostituzione in strada e luogo aperto al pubblico, ma non prevede il ritorno delle case del piacere.

“Le case chiuse – afferma la Carfagna – legittimerebbero la prostituzione, il nostro ddl è invece punitivo. Non la regolamenta ma la contrasta duramente” ha precisato la ministra. Che continua: “Come donna, le case chiuse mi fanno rabbrividire… Come donna nelle istituzioni so che esiste e cerco di contrastarla”.

Mi chiedo se la Carfagna sia realmente convinta di “risolvere il grattacapo”, o se non stia piuttosto facendo lo sbaglio di mitizzare un fenomeno che andrebbe studiato ed affrontato in un altro modo.

A tal proposito credo sia utile conoscere l’opera di chi si è interessata alla questione non demistificando la prostituzione e cercando di dipingerla quale è e non secondo stereotipi, approssimazione o ideologia.

Mi riferisco a Carla Corso, presidentessa del Comitato per i Diritti Civili delle Prostitute, che tra l’altro stamattina in una nota ha risposto alle affermazioni della Carfagna che ha affermato “di provare orrore per chi vende il proprio corpo”, dicendo che eppure “la signora ha usato il suo corpo per arrivare dove è arrivata, facendo calendari. Basta aprire internet per vedere le sue grazie“.

E a Giulia Garofalo, dell’International Committee on the Rights of Sex Workers, ricercatrice in economia politica, collaboratrice di NextGENDERation, che ha portato avanti uno studio interessantissimo sulle sex-workers in Europa, sfociato nella presentazione in Parlamento Europeo di due importanti documenti: la Dichiarazione dei diritti delle/i sex workers, che mette in chiaro quali sono i diritti delle/i sex workers secondo la legislazione di diritti umani internazionali gi vigente in Europa, e identifica le misure che devono essere prese dagli stati al fine di rispettare e garantire i diritti delle-i sex workers; e il Manifesto delle/i sex workers in Europa, un documento che mette per iscritto una visione condivisa di una società giusta, diviso in tre parti: “oltre la compassione e la tolleranza, per il riconoscimento dei diritti” (ispirato al titolo del Documento del Comitato di Pordenone), “le nostre vite”, “il nostro lavoro”.

Sempre dall’intera conferenza sono state approvate una serie di Raccomandazioni su precisi cambiamenti richiesti a diversi paesi dove le particolari situazioni di ingiustizia e repressione devono essere cambiate al più presto. Ne cito solo alcune tanto per rendere l’idea:

  1. Le politiche intese a rendere le professioni del sesso invisibili e ad evincere i professionisti del sesso dai luoghi pubblici contribuiscono alla stigmatizzazione, all’esclusione sociale e alla vulnerabilità di questi lavoratori/trici;
  2. I governi dovrebbero proteggere i diritti umani di tutti i professionisti del sesso, uomini, donne o transessuali, immigrati o nazionali;
  3. Le professioni del sesso sono lavoro, lavoratrici e lavoratori del sesso sono lavoratori/trici e come tali vanno riconosciuti/e;
  4. I governi devono garantire a professioniste/i del sesso di poter lavorare in condizioni di sicurezza e igiene al pari di qualunque altro lavoratore/trice.

Se proviamo ad immaginare un mondo diverso, migliore, lo vediamo con o senza prostituzione?

Questa è una delle domande che si è posta Giulia Garofalo, definendola come fuorviante e truccata, perchè di fatto cancellerebbe la realtà di centinaia di migliaia di persone che fanno e comprano lavoro sessuale.

” Per mettere in discussione le ingiustizie sociali, quello che bisogna fare non è immaginare un mondo senza conflitti né potere. E neanche inseguire le promesse della “liberazione sessuale” di cui molte femministe, poi Foucault e i movimenti queer ci hanno insegnato a non fidarci. Si tratta invece di sviluppare il potenziale di resistenza, a seconda delle diverse situazioni di prostituzione. E’ importante emancipare, attraverso il mercato, un lavoro tradizionalmente non pagato. Ma c’è dell’altro. C’è qualcosa che ha che vedere con una differenza fra ciò che fa un/a infermiera/e e ciò che fa un/a sex worker. E questa specificità è che la/il sex worker, per fare il proprio lavoro, deve fare un uso diretto e strumentale del proprio stigma – come donna, come nera, come gay etc. Deve cioè imparare a riconoscere il funzionamento della sessualità come sfera di riproduzione dei rapporti di potere che la/lo stigmatizzano e usarla a proprio vantaggio. Deve farlo in modo trasparente, nudo, cosciente, teatrale. In quanto performance esplicita, il sesso pagato ha allora la capacità di “scoprire le carte”. Può aprire, in certe circostanze materiali tutte da conquistare, uno spazio di gioco e dissonanza capace di rivelare, come in un pastiche , che lo “stesso sesso” fatto fuori dal commercio, il sesso cioè considerato “normale”, in realtà di normale e naturale non ha proprio niente, ma è invece un affare profondamente politico”.

Dunque le misure repressive non possono far altro che aumentare la violenza e il rischio di sfruttamento lavorativo, dal momento che spingono solo all’illegalità e alla clandestinità, all’esclusione e alla marginalizzazione sociale, rinforzando lo stigma che è la causa della emarginazione e dell’ abuso dei diritti fondamentali della persona!

Omofobia in Italia? Solo “storie”!

In seguito agli ultimi avvenimenti di violenza nei confronti di coppie o singoli GLT e visto che chi dovrebbe porre rimedio alla “legalizzazione” di questa crescente ondata di violenza ha affermato che “l’omofobia è solo un reato di pensiero” e per questo non perseguibile, bloccando i fondi destinati all’Istat per l’indagine contro le discriminazioni causate dall’orientamento sessuale, ho deciso di realizzare una sorta di dossier, in una sezione apposita, raccogliendo, a partire da quest’anno e andando a ritroso, tutti i casi di violenza o discriminazione nei confronti di persone GLT in Italia.

Tengo a precisare che l’opera sarà in continua trasformazione, e che al momento raccoglierà solo i casi di cui si è data notizia, ma sono più che sicura che le vicende di violenza o discriminazione riportate sono solo la punta di un iceberg che si vuole ignorare!

Buona lettura!

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